Sud Sudan: l’opposizione si tira indietro, il nuovo governo non si farà a novembre

Pubblicato il 30 ottobre 2019 alle 12:30 in Africa Sud Sudan

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il principale leader dell’opposizione in Sud Sudan, Riek Machar, ha dichiarato di voler posticipare di 6 mesi la data di scadenza per la formazione di un nuovo governo, precedentemente fissata al 12 novembre. Tale annuncio implica che il processo di pace non seguirà la sua originaria tabella di marcia. Il portavoce dell’ex capo dei ribelli, Puok Both Buluang, ha affermato che “il tempo aggiuntivo darà più spazio alla risoluzione dei problemi”. Buluang, tuttavia, ha chiarito che l’estensione sarà efficace soltanto se il governo libererà i fondi che aveva promesso di spendere sulla realizzazione dell’accordo di pace.

L’11 settembre, il Ministero dell’Informazione sud sudanese aveva annunciato che Riek Machar e il presidente Salva Kiir avevano concordato di formare un governo di transizione entro la metà di novembre. Le due parti, che avevamo firmato un accordo di pace il 12 settembre scorso, avevano sospeso le trattative e rimandato l’applicazione delle disposizioni per mancanza di risorse finanziarie e per la difficoltà di integrare i ribelli nell’esercito. Machar, però, era tornato a Juba, lunedì 9 settembre, per incontrare dopo un anno il presidente Kiir e per tentare una ripresa dei colloqui.

Il Sud Sudan è lo Stato più giovane al mondo, avendo ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011. È uno dei Paesi maggiormente frammentati dell’Africa centrale e comprende più di 60 gruppi etnici che seguono diverse religioni locali. Nel dicembre 2013, alcuni militari di etnia dinka, fedeli a Kiir, hanno avviato scontri con quelli di etnia nuer, guidati da Machar, e accusati di preparare un colpo di Stato. I disaccordi tra i due leader erano iniziati già durante la guerra per l’indipendenza dal Sudan, in seguito alla rivalità per il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Tale conflitto ha prodotto quasi 4 milioni di sfollati, che sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. Per evitare di essere assassinato, Machar, che aveva riunito introno a sé una parte dell’esercito a lui fedele, era stato costretto a fuggire in Sudafrica.

Kiir e Machar avevano firmato un cessate il fuoco il 5 agosto scorso, concludendo anche un accordo per la condivisione del potere. Tuttavia, il 28 agosto, Machar e i capi di altri gruppi si erano rifiutati di firmare l’ultima parte dell’accordo, asserendo che le dispute sulla divisione del potere e sull’adozione di una nuova Costituzione non erano state gestite in modo efficiente.

I due leader erano poi tornati a negoziare la pace nel settembre 2018 sottoscrivendo, grazie alla pressione di potenze regionali e internazionali, il noto accordo. Da quel momento Machar, che vive a Khartoum, in Sudan, era tornato in patria solo una volta, nell’ottobre scorso, per celebrare la firma del patto. Secondo quanto previsto dall’accordo, Machar sarebbe destinato a ricoprire nuovamente il ruolo di vicepresidente. Un’altra disposizione fondamentale prevista dal trattato riguarda la reintegrazione dei ribelli nell’esercito, condizione anch’essa rimasta ancora inattuata.

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.