Giordania: due cittadine detenute da Israele, Amman richiama in patria l’ambasciatore

Pubblicato il 30 ottobre 2019 alle 14:43 in Giordania Israele

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Amman ha richiamato in patria il proprio ambasciatore a Tel Aviv, Ghassan Al-Majali, per consultazioni, a seguito della detenzione, ritenuta ingiustificata, di due cittadini giordani, rilasciati il 7 novembre. 

Si tratta di Hiba al-Labadi e Abdulrahman Miri, detenuti da mesi in Israele in modo “illegale” e “disumano”, senza accuse formali. Secondo quanto dichiarato in un comunicato del Ministero degli Esteri giordano, le loro condizioni di salute risultano essere precarie. Il ministro degli Esteri del Regno hashemita, Ayman Safadi, ha affermato che il rimpatrio dell’ambasciatore è un primo passo e che la Giordania ritiene Israele pienamente responsabile della vita dei cittadini giordani. Pertanto, Amman continuerà ad adottare misure legali, diplomatiche e politiche per garantire il ritorno dei due detenuti.

Safadi ha ribadito che la detenzione amministrativa è illegale. Tuttavia, tale pratica, sebbene duramente condannata dalle organizzazioni per i diritti umani, deriva dalla legislazione in vigore nel periodo della colonizzazione britannica, e con cui è possibile arrestare un individuo anche senza accuse formali o processi.

Hiba al-Labadi, donna di 32 anni di origine palestinese, è stata arrestata dalle autorità israeliane lo scorso 20 agosto, senza accuse formali. In particolare, è stata fermata al valico di frontiera di Allenby, mentre attraversava il ponte di Re Hussain, che collega la Giordania con la Cisgiordania.  A detta di alcune fonti, la donna era diretta verso Nablus per partecipare al matrimonio di un parente. Abdulrahman Miri è stato bloccato nello stesso punto, il 2 settembre scorso.

Secondo quanto affermato da media locali, Hiba è in sciopero della fame nel carcere di Haifa da 36 giorni. Le sue condizioni di salute sono peggiorate ed è stata ricoverata più volte in ospedale. Lo Shin Bet, l’agenzia di intelligence per gli affari interni di Israele, aveva precedentemente riferito che la donna era stata arrestata per sospettato coinvolgimento in gravi violazioni della sicurezza, ma non ha riportato ulteriori dettagli. Abdulrahman Miri, invece, soffre di cancro al cervello ed è stato precedentemente sottoposto ad un intervento chirurgico.

Già il 6 ottobre scorso, il Ministero degli Esteri giordano aveva convocato l’incaricato d’affari israeliano ad Amman per consegnargli un memorandum di protesta relativo alla continua detenzione di cittadini giordani.  

In tale quadro, il Ministero degli Esteri giordano ha dichiarato di aver arrestato un cittadino israeliano entrato in Giordania in modo illegale, attraverso i confini della regione settentrionale. A detta del portavoce del Ministero, Sufian al-Qudah, le autorità hanno avviato indagini con l’obiettivo di consegnare l’uomo a chi di competenza e prendere le misure necessarie. Alcuni politici hanno invitato il governo giordano a non rilasciare l’uomo israeliano, a meno che Israele non rilasci i due detenuti giordani.

Il Regno hashemita è connesso alla questione palestinese. La popolazione giordana è costituita da circa il 70% di palestinesi, discendenti di coloro giunti nel Paese durante la dominazione hashemita della Cisgiordania, dal 1948 al 1967, e dei profughi dei numerosi conflitti israelo-palestinesi avvenuti dal secondo dopoguerra a oggi. La Giordania è poi il primo paese arabo in Medio Oriente ad avere firmato un trattato di pace con Israele, il 26 ottobre 1994, che ha normalizzato le relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Nel 2017 vi è stata una crisi diplomatica quando una guardia dell’ambasciata israeliana ad Amman uccise due cittadini giordani. Secondo quanto fu affermato allora, si trattò di legittima difesa e l’ambasciata chiuse per alcuni mesi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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