Manifestazioni in Iraq: tra fermento popolare e repressione

Pubblicato il 28 ottobre 2019 alle 11:20 in Iraq Medio Oriente

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Le proteste in Iraq, giunte, il 28 ottobre, al quarto giorno, continuano ad interessare la capitale Baghdad e gli altri governatorati del Sud del Paese.

Il numero di manifestanti è in crescente aumento, nonostante le misure repressive messe in atto dalle autorità irachene che, nelle sole giornate del 25 e 26 ottobre, hanno causato 67 morti e circa 2000 feriti. Le migliaia di manifestanti di piazza Tahrir, nel centro di Baghdad, hanno trascorso la notte tra il 27 e 28 ottobre inneggiando slogan nazionali, invocando la rimozione del settarismo in Iraq, e chiedendo la caduta del governo, nonché lo scioglimento del parlamento.

Dalla giornata di domenica 27, i cittadini iracheni si sono radunati nel centro della capitale, stazionandosi altresì sul ponte che porta alla cosiddetta Green Zone, sede di ambasciate e simbolo della classe politica al potere. Dal canto loro, le forze di sicurezza hanno continuato a lanciare gas lacrimogeni, proiettili vivi o di gomma e ad utilizzare manganelli, con l’obiettivo di disperdere la folla. Sebbene si tratti di manifestazioni pacifiche, secondo quanto riportato dai media, il fermento popolare e la rabbia dei cittadini contro governo e misure di repressione crescono.

Fonti locali a Bassora hanno riferito che uno dei manifestanti è morto lunedì 28 all’alba, a causa delle precedenti ferite riportate durante le manifestazioni. Le medesime fonti hanno evidenziato l’arresto di decine di manifestanti nel corso della notte. Lo stesso è avvenuto nella provincia di Karbala, dove circa 50 cittadini e 10 agenti di sicurezza sono stati feriti, domenica 27, dopo che è stato impedito ai manifestanti di prendere d’assalto il complesso governativo nel centro della città.

L’Alto Commissariato per i Diritti Umani in Iraq ha reso noto, nella tarda serata del 27 ottobre, che il bilancio delle vittime include 74 morti e circa 4.000 feriti, tra cittadini e membri delle forze dell’ordine. L’Alto commissariato ha poi rivelato che le forze di sicurezza hanno attuato una campagna di arresti nelle province di Bassora, Dhi Qar e Babilonia, che ha causato la detenzione di 158 persone, a seguito del loro rifiuto di porre fine ai sit-in. Successivamente, 123 detenuti sono stati rilasciati. Inoltre, è stato dichiarato che circa 90 edifici, sia governativi sia privati, e sedi di diversi partiti sono stati incendiati e danneggiati da alcuni individui che volevano dirottare le manifestazioni da un orientamento pacifico.

È stato sottolineato che sono numerosi gli studenti che hanno partecipato alle manifestazioni, anche delle scuole di primo e secondo grado, chiedendo riforme relative all’istruzione. Ciò ha destato preoccupazione sia per alcune organizzazioni per i diritti umani sia per il governo iracheno. In tale quadro, quattro deputati hanno annunciato le loro dimissioni in segno di protesta contro la repressione impiegata e l’incapacità del governo di rispondere alle richieste del popolo iracheno. Da parte sua, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, ha messo in guardia dell’utilizzo e occupazione di scuole, università e istituzioni governative.

L’ondata di violente manifestazioni è ripresa a partire dal 25 ottobre scorso, dopo circa due settimane di tregua. Le proteste hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah.

Si tratta della maggiore ondata di fermento popolare contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, già nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro.

L’Iraq ha lottato per riprendersi dalla sua battaglia contro l’ISIS, durata dal 2014 al 2017. Tuttavia, il sistema “quote” e la corruzione dilagante nel Paese, così come l’abuso di potere e la presenza ai vertici di alcuni partiti religiosi e delle milizie, continuano a ostacolare l’istituzione e il funzionamento dello Stato in modo efficace e rapido. Non da ultimo, le istituzioni e le infrastrutture irachene devono ancora riprendersi da decenni segnati da combattimenti settari, occupazione straniera, invasione degli Stati Uniti, sanzioni internazionali e guerre con i propri vicini.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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