Libano: al via il 12esimo giorno di proteste

Pubblicato il 28 ottobre 2019 alle 10:00 in Libano Medio Oriente

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I manifestanti libanesi si stanno preparando, lunedì 28 ottobre, per dare inizio al dodicesimo giorno di proteste contro l’élite politica al potere, accusata di corruzione e cattiva gestione dei fondi statali.

La mobilitazione popolare ha avuto inizio il 17 ottobre scorso ed è stata segnata da diversi episodi, tra cui la presentazione di un pacchetto di riforme da parte del primo ministro, Saad Hariri, il 21 ottobre scorso. Per il 28 ottobre è stato proclamato uno sciopero, denominato “Due auto”, in quanto l’intera popolazione è stata esortata a parcheggiare le proprie auto per strada, in modo da bloccarle. L’obiettivo è quello di fare pressione sul governo, affinché si dimetta. Dal canto suo, l’esercito si sta già adoperando per liberare le vie d’accesso principali alle città libanesi.

Sempre il 28 ottobre, sono anche le banche a chiudere. In particolare, queste temono che, se aprissero le proprie porte, vi sarebbe una grande domanda di dollaro o ingenti prelievi dei depositi all’estero, causando un’eventuale svalutazione della moneta locale, la lira, e una ingente diminuzione di riserve e risparmi. A tal proposito, è stato altresì emesso il divieto di prelevare dollari negli aeroporti del Paese, come, invece, avveniva in precedenza. Ciò varrà fino a quando la Banca centrale non istituirà un nuovo meccanismo volto a regolare i trasferimenti e i cambi di valuta.

Anche la giornata del 27 ottobre è stata caratterizzata dalla mobilitazione del popolo libanese, che si è radunato nel centro di Beirut, la capitale, e in altre città, tra cui Tripoli, nel Nord, Nabatieh e Sidon, poste nel Sud del Paese. Le manifestazioni sono proseguite fino a tarda notte, causando anche alcuni feriti, a seguito dell’intervento delle forze dell’ordine. Inoltre, migliaia di manifestanti si sono uniti in una catena umana pari a 170 km, lungo la costa libanese, dalla città di Tripoli, passando per Beirut, fino a giungere a Sour, nel Sud.

La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza, sin da giovedì 17 ottobre, scontrandosi con le forze di polizia, è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, a partire dal 2020. Questa riguarda l’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp e, nello specifico, la prima chiamata effettuata dagli utenti di uno dei mezzi di comunicazione divenuti essenziali per il Medio Oriente e altre aree del mondo. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico.

L’economia libanese si è indebolita a causa di un enorme debito e di una crisi finanziaria che deriva da un rallentamento dell’afflusso di capitale. La situazione economica risente ancora dei danni della guerra civile tra il 1975 ed il 1990, e attualmente il rapporto di debito pubblico, in relazione alla produzione, ammonta a 76 miliardi di dollari, ovvero oltre il 150% del prodotto interno lordo del Paese. Inoltre, il tasso di disoccupazione per i minori di 35 anni è giunto al 37%.

Il clima di mobilitazione popolare ha avuto inizio ancor prima del 17 ottobre. Negli ultimi mesi, le banche libanesi hanno limitato l’accesso ai dollari, gli sportelli ATM hanno esaurito la quantità di banconote disponibili e talvolta è necessario recarsi di persona agli sportelli bancari per ottenere moneta. Questo è avvenuto dopo che il tasso di cambio nel mercato non ufficiale è salito oltre le 1.600 lire libanesi nelle ultime settimane, causando una corsa ai dollari ed una conseguente riduzione di tale valuta.

Dollari e lire libanesi vengono utilizzate in modo interscambiabile sin dalla guerra civile verificatasi tra il 1975 ed il 1990 e una diminuzione della moneta statunitense crea difficoltà a chi opera con ingenti somme di denaro nell’ambito dell’importazione di materie prime. La crisi che ha colpito il Libano negli ultimi mesi ha interessato soprattutto benzina, pane e medicine. Molti proprietari delle stazioni di servizio sono stati costretti a pagare le tariffe più elevate per acquistare carburante in dollari, e ciò ha causato uno sciopero nazionale nella giornata dell’11 ottobre. I benzinai libanesi continuano a chiedere al governo di poter pagare il carburante importato in moneta locale, così da poter fra fronte alla crisi di liquidità. Successivamente, la giornata del 14 ottobre ha visto il Paese interessato da uno sciopero dei forni.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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