Israele: record di demolizioni abitative a Gerusalemme est

Pubblicato il 27 ottobre 2019 alle 7:13 in Israele Palestina

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Il Centro di Informazione Israeliano per i diritti umani nei territori occupati, B’Tselem, ha accusato le autorità di Tel Aviv di aver demolito almeno 140 case di palestinesi a Gerusalemme est dall’inizio dell’anno. Si tratta del numero più alto da quando l’organizzazione ha cominciato a registrare e a tenere il conto del numero delle demolizioni, nel 2004. Circa 238 palestinesi hanno perso le loro abitazioni in seguito all’abbattimento degli edifici, inclusi 127 minori. Il secondo record di demolizioni è stato raggiunto nel 2016, quando 92 case sono state abbattute, secondo i dati del gruppo.

Le cifre di B’Tselem si riferiscono alle case demolite perché costruite senza l’apposito permesso del governo. I critici, tuttavia, hanno definito questo permesso da parte del governo israeliano discriminatorio nei confronti dei palestinesi e ciò li ha costretti a costruire spesso illegalmente. La crescita delle demolizioni deriva anche da un forte aumento degli insediamenti israeliani sia a Gerusalemme est sia nella Cisgiordania occupata, cresciuti soprattutto dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca.

Poco dopo aver preso il controllo di Gerusalemme Est durante la guerra arabo-israeliana dei sei giorni, nel 1967, Israele ha allargato i confini municipali della città per includere vaste aree di terra sulle quali ha successivamente costruito insediamenti israeliani. Allo stesso tempo, le autorità di Tel Aviv hanno fortemente limitato l’espansione dei quartieri palestinesi, costringendo molti a raccogliersi in aree sempre più affollate e a costruire illegalmente.

Israele, dalla guerra, ha occupato Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza. I palestinesi, tuttavia, vogliono che tali territori facciano parte del loro futuro Stato, con Gerusalemme Est come capitale, mentre Israele, da parte sua, riconosce l’intera città come capitale ufficiale del Paese. Il 14 maggio 2018, gli Stati Uniti hanno ufficialmente trasferito l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo la Città Santa come capitale di Israele, nonostante questa goda di uno status internazionale regolato da un piano di spartizione delle Nazioni Unite. Inoltre, il 25 marzo, il presidente americano ha riconosciuto la sovranità israeliana sulle Alture del Golan.

Lo scorso mese, un altro gruppo israeliano per la difesa dei diritti umani, Peace Now, ha ottenuto dati ufficiali sui permessi di costruzione a Gerusalemme est risalenti al 1991. Tali dati hanno fornito forti prove di discriminazione sistematica nei confronti dei residenti palestinesi, che costituiscono oltre il 60% della popolazione di Gerusalemme est ma che hanno ricevuto solo il 30% dei permessi consentiti per costruire case. Peace Now ha stimato che circa metà delle 40.000 unità abitative costruite nei quartieri palestinesi dal 1967 mancano dei permessi ritenuti necessari dalle autorità israeliane, mettendole a rischio costante di demolizione. I proprietari a volte scelgono di demolire le proprie case autonomamente per evitare le elevate tasse applicate dal governo di Tel Aviv. Delle 140 abitazioni abbattute quest’anno, 31 sono state smantellate dai loro proprietari, ha riferito B’Tselem. Il gruppo ha affermato che anche le strutture commerciali verranno demolite al tasso più alto mai registrato, con 76 edifici smantellati finora dall’inizio dell’anno, rispetto alle 70 di tutto il 2018.

Da parte loro, i palestinesi, che cercano una soluzione politica al conflitto in Medio Oriente, reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. La soluzione a 2 Stati è stata stabilita nel 1993 con gli Accordi di Oslo e prevede la creazione di due Paesi in grado di coesistere uno di fianco all’altro, ovvero Israele da una parte e la Palestina dall’altra, con un’unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due. 

Superando le politiche pianificate dai suoi predecessori, l’amministrazione Trump si è rifiutata di approvare tale soluzione a 2 Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense ha dichiarato di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e di trasferire la propria ambasciata in questa città. Gli Stati Uniti hanno altresì tagliato aiuti ai palestinesi equivalenti a centinaia di milioni di dollari e hanno ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese insediato a Washington.

L’accordo del secolo, elaborato dall’amministrazione Trump, è stato annunciato con la conferenza di Manama, in Bahrein, il 25 e 26 giugno scorso, e mira a raccogliere fondi pari a più di 50 miliardi di dollari da destinare all’Autorità Palestinese, oltre a creare un milione di posti di lavoro per i cittadini entro un lasso di tempo di 10 anni, con il fine ultimo di trasformare la Palestina ed il Medio Oriente da vittima di conflitti in un modello per il commercio in tutto il mondo. La leadership palestinese aveva più volte sottolineato il proprio disprezzo per il piano USA, sottolineando come qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina deve essere politica e basata sulla fine dell’occupazione e che la crisi finanziaria è il risultato di una guerra contro lo stesso popolo. “Non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro” erano state le parole del premier palestinese.

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Chiara Gentili

di Redazione

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