Amnesty International: Turchia accusata di deportare illegalmente rifugiati siriani nella “zona sicura”

Pubblicato il 26 ottobre 2019 alle 6:12 in Siria Turchia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

In un rapporto pubblicato venerdì 25 ottobre, l’organizzazione umanitaria Amnesty International ha accusato il governo di Ankara di deportare con la forza i rifugiati siriani in un’area al confine tra Siria e Turchia, dove mira a creare una “zona sicura”, nonostante il conflitto non sia ancora terminato.

La Turchia attualmente ospita circa 3,6 milioni di rifugiati siriani, fuggiti dal loro Paese a causa di una guerra civile che dura da ormai 8 anni. Tuttavia, con l’emergere di un sentimento sempre più forte di odio e intolleranza nei loro confronti, Ankara spera di riuscire a reinsediarne almeno 2 milioni in una “zona sicura” che pianifica di realizzare nel Nord-Est della Siria. Le autorità turche affermano che oltre 350.000 rifugiati siriani sono già tornati volontariamente nel loro Paese.

Nel suo rapporto, Amnesty International ha affermato che i rifugiati intervistati hanno denunciato di essere stati minacciati o costretti fisicamente dalla polizia turca a firmare documenti che attestassero la loro intenzione di tornare volontariamente in Siria. “In realtà, la Turchia sta mettendo in grave pericolo la vita dei rifugiati siriani costringendoli a tornare in una zona di guerra”, ha affermato l’organizzazione per la difesa dei diritti umani.

Nonostante sia riuscito ad entrare in contatto con solo 20 casi, Amnesty afferma che il numero di rimpatri forzati avvenuti negli ultimi mesi è pari a diverse centinaia di persone. Il governo di Ankara non ha ancora rilasciato alcun commento in merito al rapporto appena pubblicato, ma, in passato, ha più volte smentito di aver costretto i rifugiati siriani a fare ritorno nel proprio Paese contro la loro volontà. Ai siriani che vengono espulsi viene generalmente rimproverato di non essere legalmente registrati o di essere registrati in una provincia turca diversa rispetto a quella nella quale vivono, si legge nel rapporto. Tuttavia, Amnesty afferma che anche persone registrate nello stesso luogo di residenza sono state deportate dalle autorità.  

Anna Shea, ricercatrice di Amnesty International per i rifugiati e per i diritti dei migranti, ha affermato che alla Turchia va riconosciuto il merito di aver ospitato per molti anni così tanti siriani, ma, ha chiarito: “Non può usare questa generosità come scusa per infrangere il diritto internazionale e nazionale deportando le persone in una zona di conflitto attiva”. Rivolgendosi ai leader mondiali delle Nazioni Unite, a settembre, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva già presentato proposte ambiziose per costruire una moltitudine di nuovi villaggi e città nella “zona sicura” pianificata lungo il confine turco. Venerdì 25 ottobre, il quotidiano turco pro-governo Yeni Safak ha affermato che la vita si “normalizzerà” nelle città di confine siriane di Tel Abyad e Ras Al Ain, non appena la Turchia riprenderà l’intero controllo dell’area attualmente occupata dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG). Secondo quanto riportato dal quotidiano, la Turchia ricostruirà le due città devastate da anni di guerra, stabilirà in quel territorio le forze di sicurezza e lavorerà per portare stabilità economica nella regione.

L’operazione turca, intitolata “Fonte di pace”, ha avuto inizio il 9 ottobre scorso ed è promossa dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, il quale mira a contrastare le milizie curde presenti in Siria. Queste, a detta di Ankara, rappresentano una minaccia per l’integrità territoriale siriana. In particolare, l’obiettivo dell’operazione è porre fine ad un “corridoio terroristico”. Secondo funzionari turchi, il fine è altresì creare una zona sicura che si estende dal fiume Eufrate a Ovest, fino alle città di Jarabulus e al-Malikiyah, nell’estremo Nord della Siria, con una lunghezza pari a circa 450 chilometri.

Il Ministero della Difesa turco aveva reso noto, mercoledì 23 ottobre, di aver sospeso l’operazione “Fonte di pace” in Siria, perché non vi era più bisogno di nuove azioni militari a seguito dell’accordo raggiunto con la Russia e gli Stati Uniti, ed il conseguente ritiro delle unità curde. Il riferimento era all’intesa raggiunta a Sochi il 22 ottobre con il presidente russo, Vladimir Putin. Tra i diversi punti, le due parti si sono dette concordi nel respingere le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. A conferma dell’annuncio di Ankara, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reso noto, il 23 ottobre, di aver revocato le sanzioni precedentemente imposte contro la Turchia.

Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), sono state il principale alleato degli Stati Uniti in Siria, e, negli ultimi anni, hanno ampliato il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” legata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.