Il popolo iracheno ritorna in piazza

Pubblicato il 25 ottobre 2019 alle 12:06 in Iraq Medio Oriente

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Centinaia di manifestanti iracheni si sono riversati nelle strade della capitale Baghdad e di altre 10 città centrali e meridionali, venerdì 25 ottobre.

In particolare, a Baghdad i cittadini hanno preso d’assalto la cosiddetta Green Zone, un’area fortificata che ospita edifici governativi e ambasciate straniere nonché simbolo della classe politica al potere, riuscendo a dileguarsi tra le forze dell’ordine stanziate in diversi posti di blocco sul ponte al-Jumhuriya. Alcuni testimoni hanno riferito che gli agenti di sicurezza hanno impiegato cannoni ad acqua per disperdere la folla di manifestanti. Al momento, vi sono trattative in corso per convincere i cittadini a ritirarsi. Nelle altre città del Paese, tra cui Bassora e Nasiriyah, il popolo ha organizzato sit-in in piazze o davanti agli uffici amministrativi, affermando che questi dureranno fino a quando il governo non cadrà.

Il popolo iracheno ha ripreso a manifestare dopo circa due settimane di tregua, indetta in occasione della commemorazione dell’uccisione dell’Imam Husayn a Karbala, avvenuta il 10 ottobre del 680. Si tratta di un episodio narrato dalla tradizione islamica come una battaglia ma che fu una brutale carneficina. Al-Husayn è considerato il terzo Imam dallo Sciismo e gli è stato dedicato un santuario che, per i fedeli sciiti, rappresenta un luogo sacro.

Il 25 ottobre segna altresì il primo anniversario dal giuramento del premier, Adel Abdul Mahdi, il quale viene considerato il capo di un governo che non è stato in grado di rispondere ai bisogni del popolo iracheno e che non ha soddisfatto “nemmeno una delle sue aspirazioni”. Tra le maggiori richieste presentate dai cittadini iracheni vi è la fornitura di servizi adeguati, il miglioramento delle condizioni di vita, riforme, opportunità di lavoro, il contrasto alla disoccupazione, soprattutto giovanile, e alla corruzione finanziaria e amministrativa che coinvolge in particolare le istituzioni statali. Il tutto riassunto nella richiesta di una “vita giusta e dignitosa”. Inoltre, uno dei coordinatori delle proteste nel Sud del Paese, Majid al-Husseini, ha spiegato che i cittadini iracheni chiedono la formazione di un nuovo governo, privo delle personalità appartenenti ai partiti politici e religiosi che hanno governato l’Iraq negli ultimi anni.

Il giorno precedente, giovedì 24 ottobre, i manifestanti si sono radunati in piazza Tahrir, inneggiando slogan come “Tutti ladri”, con riferimento alla classe politica. Il ministro dell’Interno, Yassin al-Yasiri, si è recato sul posto in serata per rassicurare i cittadini, dicendo loro che le forze di sicurezza erano state dispiegate per proteggerli e non attaccarli.

Nella stessa giornata, il premier Mahdi ha annunciato alcune nuove misure, tra cui la limitazione di armi allo Stato e l’inclusione dei gruppi di mobilitazione popolare sciiti nell’apparato statale. “Le forze politiche devono rendersi conto che le precedenti equazioni politiche sono cambiate e siamo di fronte a una crisi del sistema realizzata non dalla forza ma dal popolo” sono state le parole di Mahdi, il quale ha affermato che la prossima settimana saranno apportate modifiche al governo, che prevederà l’inclusione di più donne e giovani e la condanna degli individui corrotti. A detta del premier, il nuovo esecutivo di Baghdad sarà basato sull’efficienza e non su quote settarie.

Il primo ministro iracheno ha affermato che chiedere la caduta del governo, le elezioni anticipate e gli emendamenti costituzionali è un diritto legittimo garantito dalla costituzione e dalle leggi, ma la pressione e il tentativo di raggiungere questi obiettivi al di fuori di un quadro costituzionale rappresentano un rischio di cui l’Iraq ha pagato più volte il prezzo. Mahdi si è anche impegnato a ridurre gli stipendi dei funzionari delle tre presidenze e ha rivelato l’istituzione di un fondo sociale finalizzato a contrastare la povertà fornendo aiuti alle classi meno abbienti.

Le violente manifestazioni in Iraq hanno avuto inizio il 1° ottobre e hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. Fonti mediche hanno precedentemente confermato la morte di 121 persone mentre per fonti governative il bilancio è stato di 149 manifestanti, tra cui 23 vittime di età inferiore ai 20 anni. Il Ministero degli Interni ha dichiarato che otto dei morti e 1.200 dei feriti erano membri delle forze di sicurezza. In totale, i feriti delle prime settimane di protesta ammontavano a circa 6543.

Si tratta delle maggiori proteste contro il governo del premier Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma ha rappresentato una continuazione di quanto accaduto alcune settimane prima, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro. I manifestanti hanno evidenziato, oltre al malfunzionamento di governo e servizi, anche la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Inoltre, nel corso delle ultime manifestazioni, i cittadini avevano cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro.

L’Iraq ha lottato per riprendersi dalla sua battaglia contro l’ISIS, durata dal 2014 al 2017. Tuttavia, il sistema “quote” e la corruzione dilagante nel Paese, così come l’abuso di potere e la presenza ai vertici di alcuni partiti religiosi e delle milizie, continuano a ostacolare l’istituzione e il funzionamento dello Stato in modo efficace e rapido. Non da ultimo, le istituzioni e le infrastrutture irachene devono ancora riprendersi da decenni segnati da combattimenti settari, occupazione straniera, invasione degli Stati Uniti, sanzioni internazionali e guerre con i propri vicini.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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