Libia: colpiti nuovamente medici e ospedali a Tripoli

Pubblicato il 25 ottobre 2019 alle 10:51 in Africa Libia

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Il Ministero della Salute di Tripoli ha riferito che un paramedico è stato ucciso e altri 4 membri del personale sanitario sono stati feriti, a seguito di un attacco verificatosi giovedì 24 ottobre.

Le aree interessate sono state Salah al-Din e Wadi Al-Rabie, situate nel Sud della capitale Tripoli. Secondo quanto affermato, l’operazione, condotta all’alba per mezzo di aerei da guerra e artiglieria pesante, ha causato altresì la distruzione di due ospedali da campo, con le attrezzature e le ambulanze annesse.

In un comunicato del 24 ottobre, il Ministero tripolino ha espresso la propria denuncia verso il “silenzio internazionale” che dilaga di fronte al perpetrarsi di continui atti di aggressione diretti contro ospedali civili, personale medico, oltre alle diverse strutture ed ambulanze connesse. Nel condannare tali operazioni, il Ministero ha definito gli attacchi “sistematici”.

È stata poi espressa la propria vicinanza verso le famiglie delle vittime, definite “martiri” dotati di senso di dovere e umanità, morti mentre svolgevano il proprio compito in diversi punti dell’area. A tal proposito, è stato messo in luce il ruolo svolto dal personale medico e l’assistenza prestata in diverse situazioni di emergenza, sia verso le vittime sia in caso di evacuazione dei civili. Al contempo, è stato sottolineato che le operazioni perpetrate violano le leggi sia locali sia internazionali in ambito umanitario, così come le convenzioni e le norme consuetudinarie che condannano gli attacchi contro il personale sanitario e le strutture mediche.

Secondo il Ministero della Salute, si è di fronte a crimini di guerra che si aggiungono ad altri episodi verificatisi sin dall’inizio di aprile 2019 e che aggravano ulteriormente le sofferenze della popolazione libica. Pertanto, il governo tripolino, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Missione delle Nazioni Unite in Libia e il tribunale penale internazionale sono stati esortati ad impegnarsi per rispondere in modo efficace a tali aggressioni e perseguire i colpevoli.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Nelle ultime settimane, Haftar ha intensificato le proprie offensive sia via aerea sia via terra, nel quadro di una violenta campagna inaspritasi a partire dal 21 settembre, e che fa seguito a quella intrapresa il 4 aprile scorso, volta a prendere il controllo della capitale Tripoli. Tuttavia, fino ad ora, l’LNA non è riuscito a superare le mura di Tripoli.

Già il 15 agosto scorso, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, aveva condannato duramente i violenti ed incessanti attacchi in Libia contro strutture e operatori sanitari. In quella data, l’Onu aveva affermato che, sin dal 4 aprile, oltre 37 attacchi avevano preso di mira operatori sanitari e strutture mediche, violando il diritto internazionale umanitario. Inoltre, almeno 19 ambulanze e 19 ospedali erano stati colpiti da bombardamenti o attacchi aerei, causando almeno 11 morti e più di 33 feriti. Tale bilancio, a detta delle Nazioni Unite, avrebbe potuto raggiungere cifre ben più elevate.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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