Libano: parla il presidente Aoun, il popolo continua a manifestare

Pubblicato il 25 ottobre 2019 alle 9:45 in Libano Medio Oriente

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I leader politici libanesi hanno accolto con favore quanto affermato dal presidente del Libano, Michel Aoun, il 24 ottobre, secondo cui il cambio di regime avviene attraverso le istituzioni costituzionali, non per strada. Tuttavia, i manifestanti hanno risposto scendendo ancora in piazza e continuando a richiedere un cambio della classe politica al potere.

Il discorso di Aoun è stato il primo dall’inizio dell’ondata di proteste, nata il 17 ottobre e che si prevede proseguirà per una seconda settimana. Il presidente ha esortato i cittadini libanesi e gli oppositori ad incontrare una delegazione che possa ascoltare le loro richieste. Per il capo di Stato, le riforme presentate dal premier Saad Hariri, il 21 ottobre scorso, rappresentano il primo passo per risolvere la crisi attuale. Tuttavia, è necessaria la collaborazione di tutti i partiti del governo, oltre che della camera dei rappresentanti, per metterle in atto. “Dobbiamo riconsiderare lo status governativo attuale, per consentire al potere esecutivo di svolgere il proprio compito” ha spiegato Aoun.

Non da ultimo, il presidente libanese ha affermato che il settarismo ha danneggiato il Paese e che la corruzione rappresenta una “necrosi”. “Capisco la perdita di fiducia dei libanesi nella classe politica e le vostre grida non saranno vane. Capisco anche le urla di dolore, ma la corruzione e il settarismo hanno causato gravi danni” sono state le parole di Aoun, il quale si è detto disponibile al dialogo e all’ascolto, ritenuti strumenti di salvezza. Il capo di Stato ha poi ribadito il proprio impegno nella lotta alla corruzione, sottolineando che è necessario recuperare i fondi saccheggiati e rendere responsabili tutti coloro che hanno rubato denaro pubblico.

Successivamente, in un incontro con la stampa, Aoun ha affermato che il governo non cadrà, fino a quando rimarrà in carica alla presidenza del Paese. Le modifiche al governo, a detta del presidente, avverranno in linea con i principi costituzionali e, quindi, attraverso un processo di consultazioni e solo in seguito alle eventuali dimissioni del premier Hariri.

Il primo ministro, dal canto suo, si è detto a favore del pensiero di Aoun e dell’invito a riconsiderare la situazione attuale per mezzo di strumenti e meccanismi costituzionali. Il presidente del Partito Progressista Socialista, Walid Jumblatt, ha affermato che accelerare un rimpasto di governo rappresenta la soluzione migliore, accompagnato dall’indizione di elezioni parlamentari che seguano la legge moderna e non quella settaria.

Tuttavia, il pacchetto di riforme presentato in precedenza non ha placato la rabbia della popolazione libanese, che ha continuato ad occupare le strade della capitale Beirut e di altre città del Paese anche nella giornata di venerdì 25 ottobre. Allo stesso modo, anche il discorso di Aoun non ha risposto alla speranza mostrata in precedenza dai manifestanti, i quali hanno considerato le parole del presidente registrate e poco efficaci. Le richieste dei manifestanti includono un nuovo “governo di salvezza”.

La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza, sin da giovedì 17 ottobre, scontrandosi con le forze di polizia, è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, a partire dal 2020. Questa riguarda l’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp e, nello specifico, la prima chiamata effettuata dagli utenti di uno dei mezzi di comunicazione divenuti essenziali per il Medio Oriente e altre aree del mondo. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico.

L’economia libanese si è indebolita a causa di un enorme debito e di una crisi finanziaria che deriva da un rallentamento dell’afflusso di capitale. La situazione economica risente ancora dei danni della guerra civile tra il 1975 ed il 1990, e attualmente il rapporto di debito pubblico, in relazione alla produzione, ammonta a 76 miliardi di dollari, ovvero oltre il 150% del prodotto interno lordo del Paese. Inoltre, il tasso di disoccupazione per i minori di 35 anni è giunto al 37%.

Il clima di mobilitazione popolare ha avuto inizio ancor prima del 17 ottobre, a causa di alcune dinamiche economiche che hanno visto uno sciopero dei benzinai, l’11 ottobre, e un altro dei forni, il 14 ottobre.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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