La Giordania cerca di prevenire un’ondata di proteste

Pubblicato il 25 ottobre 2019 alle 17:29 in Giordania Medio Oriente

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Di fronte al rischio di proteste simili a quelle recentemente scoppiate in Iraq e in Libano, il governo giordano si propone di mettere in atto misure volte a migliorare le condizioni di vita della popolazione.

Il premier giordano, Omar Razzaz, ha dichiarato che domenica 27 ottobre il governo inizierà ad annunciare le misure da intraprendere per migliorare la situazione economica e le condizioni di vita dei cittadini giordani. Queste riguarderanno quattro aspetti principali. Nello specifico, si prevede di aumentare i salari, stimolare maggiori investimenti, migliorare la qualità dei servizi offerti e attuare riforme in ambito amministrativo e finanziario.

Le parole di Razzaz sono giunte dopo un incontro governativo del 23 ottobre, in cui ha partecipato anche il monarca giordano, Abdullah II. Quest’ultimo ha affermato che è giunto il momento di prendere decisioni e azioni chiare che stimolino l’economia nazionale, rispondano alle esigenze dei cittadini e riducano i tassi di disoccupazione. “Le misure e le decisioni devono essere chiare, in modo tale che i cittadini possano comprenderle e discuterne” ha affermato il sovrano giordano.

Queste promesse derivano da uno stato di rabbia che ha caratterizzato il popolo giordano nell’ultimo periodo, di fronte alla situazione economica e alle politiche del governo di Amman, che hanno posto pressioni sempre più crescenti, facendo aumentare il rischio di una escalation pericolosa.

Gli osservatori ritengono che il governo di Amman, attraverso il pacchetto di nuove misure volte a stimolare l’economia del Paese, stia cercando non solo di contenere la mobilitazione popolare ma anche di evitare un proprio fallimento e caduta entro la fine del 2019.  Questo è il termine stabilito dal re giordano per migliorare la situazione economica e alleviare gli oneri per i cittadini.

Secondo dati ufficiali, l’economia giordana sta assistendo, da anni, al calo del tasso di crescita, rimasto al di sotto del 2%. A questo si accompagna l’aumento del tasso di disoccupazione, pari a circa il 19,5%, e un indice di povertà del 15,7%, pari a 1.069 milioni di cittadini. Non da ultimo, il Regno hashemita è caratterizzato da debiti superiori a 42 miliardi di dollari.

Secondo un alto funzionario, in condizioni di anonimato, il governo mira a lanciare un pacchetto di incentivi per soddisfare le esigenze dei cittadini e risanare la situazione economica, fornendo altresì vantaggi e sgravi per i progetti di investimento esistenti e cercando di attrarne altri. Per il funzionario, le misure dovrebbero riguardare diversi settori, tra cui quello immobiliare, industriale, bancario ed energetico, considerati fondamentali per la crescita economica e per fornire opportunità di lavoro a decine di migliaia di lavoratori.

La Giordania sta assistendo ad un clima delicato sin dall’inizio del 2018, quando il governo ha aumentato il prezzo del pane ed ha imposto nuove tasse su molti beni, generalmente soggetti a un’imposta sulle vendite del 16%. A ciò è stato aggiunto un incremento dell’imposta sul reddito, oltre a nuovi dazi doganali e tasse. Tali misure sono state promosse dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e sono state seguite da uno sciopero generale e da un’ondata di proteste, nel mese di giugno 2018.

Nello stesso periodo, il primo ministro allora in carica, Hani Mulki, si è dimesso ed il re Abdullah II ha insignito al suo posto un ex funzionario della Banca Internazionale, nonché ministro dell’istruzione, ovvero Omar Razzaz. Tuttavia, a causa dell’elevata inflazione, nell’ultimo anno i prezzi dei beni sono saliti alle stelle mentre gli introiti dei cittadini non hanno subito modifiche.

Tra gli episodi più recenti, circa 3.000 insegnanti, il 3 ottobre, hanno partecipato ad un sit-in davanti agli uffici delle associazioni di categoria della capitale Amman. L’accaduto ha fatto seguito ad un mese di sciopero, in cui è stato chiesto al governo giordano un aumento degli stipendi.

Secondo un deputato giordano, Moussa Hantash, il governo, al momento, dovrebbe altresì riconsiderare i dossier riguardanti 70 istituzioni indipendenti che, a suo avviso, sono tra le cause del deterioramento della situazione economica del Regno e dell’aumento del deficit di bilancio. Hantash ha sottolineato la necessità di ridurre il numero di queste istituzioni e far fronte alle problematiche create per le finanze pubbliche dello Stato.

Anche diversi gruppi di attivisti hanno richiesto l’abolizione delle istituzioni indipendenti. Inoltre, gli attivisti chiedono al governo di agire, adottando misure simili a quelle prese in Libano, per tagliare gli stipendi di ministri, parlamentari e alti funzionari e ridurre il deficit di bilancio.

Come segnalato dal Consiglio Supremo per la popolazione, la Giordania sta affrontando gli effetti della crisi economica globale, che ha contribuito al declino degli investimenti diretti esteri e delle rimesse dei giordani che lavorano all’estero, oltre a limitare le opportunità di lavoro produttivo. Ciò ha avuto delle conseguenze negative anche per il tasso di povertà del Regno hashemita.

Un’ulteriore sfida è rappresentata dai rifugiati siriani. Secondo i dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, al 30 giugno 2019 la Giordania ospitava 753.376 rifugiati, che, rapportati al totale della popolazione giordana, pari a 10.300.000 abitanti, ne rappresentano il 7,2%. Il fenomeno continua ad esercitare pressioni su diversi settori e servizi, nonché sulle risorse del Paese, di per sé non abbondanti. A tal proposito, vi sono stati costi e oneri aggiuntivi per l’istruzione, la sanità, le risorse idriche e altri servizi, influendo negativamente sulla qualità della vita del popolo giordano e sui piani di Amman per ridurre la povertà.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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