Yemen: gli Houthi ostacolano l’ingresso di petroliere a Hodeidah

Pubblicato il 24 ottobre 2019 alle 9:05 in Medio Oriente Yemen

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Il comitato economico del governo yemenita ha accusato i ribelli sciiti Houthi di aver ostacolato l’ingresso di 8 navi per il trasporto di derivati del petrolio a largo del porto di Hodeidah, nell’Ovest dello Yemen.

Di conseguenza, si è verificato un ritardo nelle procedure di scarico ed i commercianti non sono stati in grado di proseguire con le operazioni previste. La dichiarazione del comitato è giunta, attraverso un comunicato, giovedì 24 ottobre. È stato altresì specificato che le milizie Houthi sono responsabili di atti di terrorismo, minacce di reclusione, confisca di fondi e ostacolano le attività commerciali conformi alle decisioni del governo. Tali azioni, secondo il comitato, riflettono la volontà dei ribelli di incrementare le attività del mercato nero, con cui auto finanziarsi, a danno dei cittadini yemeniti.

Non da ultimo, il comitato ha accusato gli Houthi di eludere l’applicazione dei controlli bancari volti a contrastare il riciclaggio di denaro e il finanziamento al terrorismo, oltre che per salvaguardare la stabilità della valuta. Pertanto, i ribelli, a detta del comitato, ostacolano gli sforzi profusi dal governo e dalla missione Onu, volti altresì a pagare gli stipendi dei cittadini.

Le 8 navi bloccate trasportano 164 mila tonnellate di derivati di petrolio, secondo quanto riferito dal comitato. Circa un mese fa, le aree yemenite controllate dai ribelli hanno assistito ad una grave crisi relativa proprio a tale tipo di bene. Ciò ha portato ad un elevato aumento dei prezzi e alla ripresa del mercato nero, in cui questi beni vengono venduti ad un prezzo pari al doppio di quello ufficiale. Attraverso l’inasprimento della crisi di carburante, gli Houthi mirano a fare pressione sulle Nazioni Unite, affinché possa essere consentito a Hodeidah l’ingresso di petrolifere appartenenti a società private affiliate ai ribelli. Non da ultimo, il commercio di carburante riveste una notevole importanza per le milizie Houthi, capaci di ricavarvi grandi profitti.

Da parte sua, Il governo yemenita ha emesso un decreto che prevede il pagamento di dazi doganali e tasse presso la banca centrale di Aden, prima di consentire alle petroliere di scaricare. A seguito dell’ordinanza, il comitato economico ha aperto un conto presso la banca di Hodeidah per consentire il pagamento di tali imposte, da utilizzare per stipendiare i dipendenti pubblici. Il tutto, con la supervisione delle Nazioni Unite.

In tale quadro, l’Onu ha iniziato, il 19 ottobre scorso, a istituire posti di blocco a Hodeidah per il controllo e il monitoraggio dell’area, con il fine ultimo di porre una tregua. Dal canto loro, i ribelli sciiti hanno, però, continuato a condurre attacchi, violando gli accordi precedentemente stabiliti.

Il dislocamento delle truppe è una parte cruciale dell’accordo di cessate il fuoco raggiunto in Svezia l’ultimo giorno dei colloqui di pace, il 13 dicembre 2018. Quest’ultimo è un patto in base al quale gli Houthi avevano accettato di ritirarsi da tutti e 3 i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere alla delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area. Secondo quanto stabilito nel patto, il dislocamento dei contingenti Houthi sarebbe dovuto avvenire 21 giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il 18 dicembre 2018, ma quella data non è mai stata rispettata.

Da quel giorno, vi sono stati diversi tentativi volti ad attuare l’accordo. Il loro fallimento è dovuto anche alle reciproche accuse di violazione tra il gruppo Houthi da un lato e il governo yemenita con la coalizione a guida saudita dall’altro. La nuova mossa del 19 ottobre ha portato un certo ottimismo tra i gruppi yemeniti e la missione delle Nazioni Unite, soprattutto alla luce di una tregua che ha consentito l’ingresso di navi che trasportavano rifornimenti attraverso il porto di Hodeidah.

La tregua fa seguito ad un rapporto di un’organizzazione yemenita per i diritti umani, la quale ha documentato 514 violazioni da parte dei ribelli Houthi nei primi dieci giorni del mese di ottobre. Tali operazioni, prevalentemente contro i civili dell’area, includono omicidi, rapimenti, bombardamenti indiscriminati, saccheggi e altri tipi di abusi. Secondo quanto riportato, sono state 51 le persone uccise in 10 giorni, tra cui 14 bambini e 6 donne.

Hodeidah rappresenta un ingresso di vitale importanza per le importazioni di merci e aiuti umanitari, nonché un’ancora di salvezza per milioni di residenti yemeniti fuggiti da altre aree del Paese, a seguito della guerra civile scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbu Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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