Trump: lasceremo il Medio Oriente, non siamo i poliziotti del mondo

Pubblicato il 24 ottobre 2019 alle 13:19 in Medio Oriente USA e Canada

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Gli Stati Uniti lasceranno la “sabbia macchiata di sangue” del Medio Oriente, secondo quanto ha affermato il presidente Donald Trump, aggiungendo che il Paese non deve più fare da garante dell’ordine mondiale. 

“Il lavoro dei nostri militari non è quello di sorvegliare il mondo intero. Altre nazioni devono farsi avanti e fare la loro parte. Questo non è avvenuto. La svolta di oggi è un passo fondamentale in quella direzione”, ha dichiarato Trump nel discorso alla Casa Bianca sulla situazione in Siria, tenutosi il 23 ottobre. Le parole del presidente USA fanno riferimento all’accordo tra Turchia e Russia del 22 ottobre, per l’espulsione delle milizie curde da un territorio che si estende per 30 km dal confine nella Siria Nord-orientale. “Turchia, Siria e tutti i tipi di curdi hanno combattuto per secoli. Abbiamo fatto loro un ottimo servizio e abbiamo fatto un ottimo lavoro per tutti. E ora ne stiamo uscendo. Così tanto tempo. Dovevamo essere lì per 30 giorni, è successo quasi 10 anni fa. Quindi siamo lì da 30 giorni e ora ripartiamo. Doveva essere un colpo molto veloce e via. Ed è stato un successo immediato, tranne che sono rimasti per quasi 10 anni. Lasciamo che qualcun altro combatta per questa sabbia macchiata di sangue”, si legge nella dichiarazione del presidente pubblicata sul sito della Casa Bianca

Gli Stati Uniti erano intervenuti nel conflitto siriano il 15 giugno 2014 con l’operazione Inherent Resolve, nonostante la contrarietà del presidente siriano, Bashar al-Assad, che aveva definito la mossa americana “illegittima e illegale”. Inherent Resolve, volta a contrastare lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, è stata avviata su richiesta ufficiale di sostegno avanzata dal governo iracheno ed era iniziata come supporto militare alle forze curde che combattono l’ISIS. In seguito si è espansa includendo altresì altre missioni mirate a mantenere la pace tra le forze del regime e i ribelli siriani e ad aiutare nella ricostruzione del Paese. L’idea di un ritiro dalla regione è già nell’area da tempo. La decisione di richiamare le truppe statunitensi era già stata annunciata il 19 dicembre 2018, quando il leader della Casa Bianca ha dichiarato che i 2.000 soldati americani stanziati in Siria sarebbero tornati in patria, poiché la guerra contro l’ISIS era terminata.

Tale decisione aveva creato un notevole scompiglio nell’amministrazione statunitense. Il 20 dicembre 2018, subito dopo l’annuncio di Trump, il segretario della Diesa, James Mattis, si era dimesso a causa della differenza di vedute su diverse questioni, prime tra tutte la Siria. Nella lettera di dimissioni Mattis aveva scritto che “il presidente merita che al vertice del Pentagono ci sia qualcuno maggiormente allineato alle sue posizioni”. Il 21 dicembre 2018, anche l’inviato statunitense alla guida della coalizione internazionale per la lotta contro l’ISIS, Brett McGurk, aveva rassegnato le dimissioni. Come Mattis, nella sua lettera di dimissioni McGurk ha dichiarato che i militanti dello Stato Islamico erano in fuga, ma non erano ancora stati sconfitti definitivamente, al contrario di quanto sostenuto da Trump. Inoltre, secondo l’inviato, la prematura ritirata delle forze statunitensi dalla Siria avrebbe creato le condizioni adatte per una rinascita del gruppo terroristico.

Sotto la guida di McGurk, la coalizione internazionale a guida americana era riuscita a sottrarre all’ISIS circa metà dei territori sotto il suo controllo, prima dell’insediamento di Trump, all’inizio del 2017. Alla fine del 2018, lo Stato Islamico manteneva il controllo di circa l’1% di tutta l’area che una volta controllava in Siria e in Iraq, portando la Casa Bianca a dichiarare la sconfitta del gruppo. Oggi, la questione della presenza USA in Siria si inserisce nel quadro dell’operazione “Fonte di pace”, che ha avuto inizio il 9 ottobre scorso ed è stata promossa dal presidente turco Erdogan, con il fine di contrastare le milizie curde presenti in Siria. Queste, a detta di Ankara, rappresentano una minaccia per la Turchia, ma anche per l’integrità territoriale siriana.

Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), sono state il principale alleato degli Stati Uniti in Siria, e, negli ultimi anni, hanno ampliato il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” legata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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