Etiopia: scontri nel Paese e proteste anti-Abiy, 16 morti

Pubblicato il 24 ottobre 2019 alle 18:43 in Africa Etiopia

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L’attivista etiope Jawar Mohammed ha invitato alla calma, giovedì 24 ottobre, dopo che diverse proteste sono esplose nel Paese e hanno causato la morte di 16 persone. L’uomo, imprenditore nel settore delle comunicazioni e appartenente al gruppo etnico degli Oromo, è un eroe e un punto di riferimento per diversi suoi connazionali che si ribellano al governo del primo ministro Abiy Ahmed e contestano la vittoria del premio Nobel per la Pace. Jawar, considerato il leader delle proteste anti-Abiy, è stato interrogato dalla polizia nella sua abitazione, martedì 22 ottobre. Centinaia di suoi sostenitori sono accorsi per mostrargli il loro appoggio e da lì pesanti proteste sono divampate in varie parti del Paese, con le forze di sicurezza che hanno lanciato gas lacrimogeni e colpi di arma da fuoco per disperdere i manifestanti.  

“Riaprite le strade bloccate, ripulite le città dalle barricate, soccorrete coloro che sono rimasti feriti durante le proteste e riconciliatevi con coloro con cui avete litigato”, ha dichiarato giovedì Jawar con tono conciliatorio. “Non è tempo di uccidersi a vicenda”, ha aggiunto l’uomo, avvertendo i suoi seguaci di stare attenti. “Calmatevi, ma dormite con un occhio aperto”, ha detto ai suoi. Da mercoledì, circa 16 persone sono morte in quattro diverse città del Paese.

Jawar, che un tempo era alleato del primo ministro Abiy, ha mobilitato numerosi manifestanti dell’etnia Oromo, lo stesso gruppo etnico del premier, e ha iniziato, già dallo scorso anno, a contestarne la leadership. Questa settimana, Abiy aveva accusato alcune figure mediatiche, di cui non aveva specificato il nome, di promuovere gli interessi etnici di un dato gruppo sugli interessi dell’unità nazionale. Tali manifestazioni rappresentano una dura sfida per il primo ministro etiope: se si arrendesse, potrebbe incoraggiare Jawar e gli altri agitatori regionali ma se cominciasse a reprimere le proteste e a utilizzare la violenza, offuscherebbe la sua reputazione da premier riformatore.

Il 9 ottobre, la polizia etiope ha lanciato gas lacrimogeno contro centinaia di manifestanti radunatisi davanti a un tribunale della città settentrionale di Bahir Dar, nello Stato regionale di Amhara, per protestare contro le violenze che continuano ad agitare l’area da quando, il 22 giugno, un tentato golpe è stato sventato dalle forze di sicurezza. Nel fallito colpo di Stato, il governatore dello Stato regionale, Ambachew Mekonnen, è rimasto ucciso insieme al suo consigliere e, oltre a loro, hanno perso la vita anche il Generale etiope Seare Mekonnen, Capo di Stato maggiore dell’esercito, ucciso da un proiettile sparato dalla sua guardia del corpo, e un altro ufficiale in pensione. Il 24 giugno, le autorità di Addis Abeba avevano rivelato che l’organizzatore del golpe, il generale Asamnew Tsige, era stato eliminato dalle forze di sicurezza etiopi. Successivamente, nella stessa giornata, un gruppo di uomini in uniforme mimetica aveva ucciso più di 50 persone nella zona di Metakal, nella regione occidentale di Benishangul-Gumuz. “Stiamo ancora indagando, ma abbiamo il sospetto che gli aggressori potrebbero essere le stesse persone coinvolte nel colpo di Stato fallito nella regione di Amhara”, aveva dichiarato il capo della sicurezza locale in tale occasione. Gli abitanti chiedono da mesi di sapere la verità sugli omicidi e di recente l’intensità delle proteste si è fatta più incombente. Desalegn Chane, presidente del nuovo partito del Movimento Nazionale di Amhara (NAMA), ha confermato che la polizia ha sparato gas lacrimogeno contro i manifestanti. “I giovani hanno protestato, la polizia ha sparato gas lacrimogeni e li ha dispersi”, ha detto a Reuters.

Le proteste e le reazioni delle forze dell’ordine dimostrano che le forze di sicurezza regionali continuano a mostrare ancora un volto piuttosto severo durante la repressione delle manifestazioni a base etnica e politica. Tali eventi rivelano la forte instabilità che caratterizza l’Etiopia, nonostante l’operato del riformista del premier Abiy Ahmed. Il 2 aprile 2019 si è concluso il suo primo anno di mandato. Il primo ministro etiope è il leader più giovane del continente africano. Nell’arco di 12 mesi, Abiy è stato promotore di una serie di riforme sociali, economiche e di sicurezza che hanno portato sia a una svolta nella politica interna ed estera del Paese, il più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria, sia a un nuovo equilibrio diplomatico nel Corno d’Africa. La sua azione riformatrice è talmente determinata che l’Etiopia sembra essere a un bivio tra dittatura e democrazia. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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