Le truppe USA lasceranno l’Iraq entro 4 settimane

Pubblicato il 23 ottobre 2019 alle 16:33 in Iraq USA e Canada

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Il ministro della Difesa iracheno ha riferito che l’esercito statunitense si ritirerà dall’Iraq entro 4 settimane.

Il ministro della Difesa di Baghdad, Najah al-Shammari, ha rivelato le tempistiche del ritiro delle truppe statunitensi, a seguito di un incontro con il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Mark Esper, avvenuto il 23 ottobre. Al-Shammari ha affermato che i soldati statunitensi stanno “transitando” in Iraq e verranno presto ridistribuiti verso il Kuwait, il Qatar o torneranno negli Stati Uniti. Martedì 22 ottobre, l’esercito iracheno aveva denunciato la presenza dell’esercito degli Stati Uniti dentro i propri confini e aveva sottolineato che questo non era autorizzato a rimanere in Iraq. Tali dichiarazioni sembravano contraddire la versione di Esper, che invece affermava che le proprie truppe si trovavano in Iraq per continuare le operazioni contro lo Stato Islamico. 

Esper ha riferito la propria intenzione di riportare l’esercito statunitense fuori dalla Siria, sempre il 22 agosto, ma senza fornire ulteriori dettagli riguardanti le tempistiche. “L’obiettivo non è di rimanere in Iraq interminabilmente. L’obiettivo è quello di tirare fuori i nostri soldati e riportarli a casa”, ha affermato Esper. Imran Khan, giornalista di Al Jazeera che scrive da Baghdad, ha affermato che il problema deriva dal “linguaggio che gli Stati Uniti hanno usato”. “Gli Stati Uniti hanno affermato che le forze torneranno ad Ain al-Assad, nell’Iraq occidentale, e da lì inizieranno una serie di operazioni contro la Siria e l’ISIS. E questo sembra aver fatto arrabbiare gli iracheni”, scrive Khan. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato ampiamente criticato per aver abbandonato i combattenti curdi, e specificatamente l’Unità di Protezione Popolare siriana curda (YPG). 

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e l’omologo russo, Vladimir Putin, il 22 ottobre, hanno raggiunto un’intesa sul futuro del Nord della Siria. In particolare, le due parti hanno concordato che espelleranno le forze curde dalla “safe zone” al confine tra Siria e Turchia, per una distanza pari a circa 30 km. Tra i diversi punti, vi è poi l’istituzione di un centro operativo congiunto. Putin ed Erdogan hanno poi evidenziato il proprio impegno nel salvaguardare l’unità politica e l’integrità territoriale della Siria, accanto alla sicurezza nazionale della Turchia. Le parti si sono dette determinate a contrastare il terrorismo in ogni sua forma, così come qualsiasi programma di matrice secessionista. Secondo quanto stabilito, verrà altresì mantenuta la situazione attuale a Tell Abyad e Ras al-Ayn mentre le YPG verranno mandate via da Manbij e Tal Rifat. Non da ultimo, Mosca e Ankara si sono impegnate a favorire il ritorno dei rifugiati in modo sicuro e volontario.

Tale accordo si è reso necessario a seguito dell’operazione “Fonte di pace” da parte della Turchia, che ha avuto inizio il 9 ottobre scorso ed è stata fortemente promossa dal presidente turco Erdogan, con l’obiettivo di contrastare le milizie curde presenti in Siria. Queste, a detta di Ankara, rappresentano una minaccia per l’integrità territoriale siriana. In particolare, l’obiettivo dell’operazione è porre fine ad un “corridoio terroristico”. Inoltre, secondo funzionari turchi, il fine è anche quello di creare una zona sicura che si estende dal fiume Eufrate a Ovest, fino alle città di Jarabulus e al-Malikiyah, nell’estremo Nord della Siria, con una lunghezza pari a circa 450 chilometri.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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