Kashmir: l’India neutralizza il leader di un gruppo estremista

Pubblicato il 23 ottobre 2019 alle 17:37 in India Pakistan

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Le forze di sicurezza indiane hanno ucciso il leader di un gruppo estremista islamico del Kashmir e due suoi associati durante un’operazione militare nella zona contesa della regione che è amministrata dall’India. 

Hamid Lelhari e i suoi associati sono stati uccisi la sera del 22 ottobre, in uno scontro a fuoco scoppiato dopo che le forze di sicurezza indiane avevano lanciato un’operazione nella zona meridionale di Awantipora, secondo quanto ha affermato Dilbagh Singh, il capo della polizia locale. Secondo la polizia, Lelhari era a capo delle operazioni di Ansar Ghawzat-ul-Hind, un gruppo estremista violento affiliato ad al-Qaeda, dopo che le truppe indiane avevano ucciso l’ex comandante, Zakir Musa, l’anno scorso. Singh ha affermato che le operazioni del 22 ottobre hanno spazzato via quello che restava dell’organizzazione. Da parte loro, le forze indiane non hanno subito perdite nei combattimenti. 

A metà del 2017, una rete di propaganda collegata ad al-Qaida ha riferito che Zakir Musa si era affiliato all’organizzazione, insieme ad un gruppo di suoi fedeli, che avevano lasciato il più grande gruppo ribelle del Kashmir, Hizb-ul-Mujahideen. Musa pubblicava regolarmente messaggi audio che sottolineavano la matrice islamica della lotta in Kashmir. Secondo il militante, il nazionalismo non aveva niente a che fare con le insurrezioni nella regione. L’India accusa il Pakistan di sostenere questo tipo di militanza nel Kashmir. Da parte sua, il Pakistan respinge l’accusa e afferma di fornire solo sostegno morale e diplomatico alla regione. 

Il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione indiana del Kashmir, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste. Alcune di queste sono state caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Complessivamente ci sono state 722 manifestazioni in tutta la regione, a partire dal 5 agosto alla fine di settembre. Le città maggiormente interessate sono state quella di Srinagar, il distretto di Baramulla, nel Nord-Ovest e Pulwama, situata nel Sud. Quasi 200 civili e 415 membri delle forze di sicurezza sono stati feriti, secondo una fonte interna al governo indiano, resa pubblica il 15 settembre. Inoltre, circa 4.100 persone, tra cui 170 leader politici, sono stati arrestati in tutta la valle, con 3.000 rilasci nelle ultime 2 settimane. 

Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha affermato che la situazione in Kashmir è “senza precedenti” nella recente storia della regione. Secondo l’organizzazione le detenzioni e la repressione del dissenso hanno contribuito a “diffondere paura e alienazione” nella regione. “Il blackout della comunicazione, il blocco della sicurezza e la detenzione dei leader politici nella regione hanno peggiorato le cose”, ha affermato Aakar Patel, capo di Amnesty International India. In tale contesto, il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, ha parlato di fronte alle alle Nazioni Unite, martedì 10 settembre, sottolineando che “l’occupazione militare illegale” dell’India in Kashmir rischia di trasformarsi in “genocidio”. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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