Sudan: nominata commissione per indagare sui morti delle proteste

Pubblicato il 22 ottobre 2019 alle 14:01 in Africa Sudan

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Il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, ha nominato una commissione per indagare sui fatti del 3 giugno, quando un raid delle forze dell’ordine ha disperso un sit-in davanti al Ministero della Difesa di Khartoum uccidendo decine di manifestanti. La commissione avrà ampi poteri e si occuperà di interrogare i testimoni, inclusi gli ufficiali, di accedere a documenti riservati, come i rapporti delle forze di sicurezza, e di esaminare i documenti dei medici.

La decisione è stata presa lunedì 21 ottobre, un giorno prima che migliaia di manifestanti hanno marciato in diverse città del Paese per chiedere che il partito dell’ex presidente Omar al-Bashir venga dissolto. Folle di sudanesi hanno invaso le strade delle città di Khartoum, Omdurman, Madani, Al-Obeid, Port Sudan esprimendo il loro supporto alle autorità del nuovo governo di transizione. Le proteste sono state organizzate dal movimento delle Forze della Libertà e del Cambiamento, un’associazione ombrello che chiede giustizia da mesi per tutte le vittime delle proteste iniziate a dicembre per rovesciare al-Bashir. Secondo il movimento, più di 250 persone sono state uccise durante la repressione delle manifestazioni. Ufficiali governativi, invece, contestano queste cifre e affermano che il numero delle vittime è decisamente più basso.

L’Associazione dei Professionisti sudanesi (SPA), una delle organizzazioni della società civile leader delle proteste, ha accolto con favore la costituzione di una commissione, definendola “il primo passo verso la realizzazione di un’indagine equa che porti alla scoperta dei veri responsabili dei crimini”. Fonti mediche hanno rivelato che, durante le manifestazioni del 3 giugno, circa 130 persone sono state uccise nel raid delle forze di sicurezza. Fonti governative, invece, sostengono che i morti non siano stati più di 90. I manifestanti e i gruppi per la difesa dei diritti umani sostengono che le violenze siano state opera soprattutto delle temute Forze paramilitari di supporto rapido, allora comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo.

Le proteste in Sudan sono iniziate molto tempo prima, il 19 dicembre 2018, e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile 2019.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile.

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir. Il nuovo governo di transizione, nato il 7 settembre dall’ accordo di condivisione dei poteri tra la fazione civile e quella militare del Sudan, ha espresso tutto il suo impegno nel cercare di risolvere le dispute che interessano soprattutto le zone del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan meridionale. Hamdok ha ribadito anche in prima persona quest’intenzione e ha sottolineato che una ridotta spesa militare, favorita dal ripristino della pace, potrebbe altresì stabilizzare l’economia del Paese, attualmente in sofferenza.

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Chiara Gentili

di Redazione

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