Israele: un secondo fallimento per Netanyahu

Pubblicato il 22 ottobre 2019 alle 12:00 in Israele Medio Oriente

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ufficialmente rinunciato, il 21 ottobre, all’incarico di formare un nuovo governo per Israele, conferitogli il 23 settembre scorso.

Pertanto, il presidente israeliano, Reuven Rivlin, ha riferito, nella stessa giornata, che l’incarico passa al secondo vincitore delle ultime elezioni del 17 settembre, Benny Gantz, del partito Blue and White. “Ho appena annunciato al capo di Stato di aver rinunciato alla formazione di un nuovo governo” sono state le parole di Netanyahu, in un videomessaggio sulla sua pagina Facebook, in cui il premier ha altresì affermato di essersi impegnato a lungo per formare un governo di unità allargato.

L’annuncio di Netanyahu è giunto due giorni prima della fine della prima scadenza stabilita dal presidente Rivlin, sulla base delle norme del Paese. Tuttavia, la dichiarazione di Netanyahu e la decisione di rinunciare al proprio mandato è la seconda di tale tipo in meno di sei mesi. Anche precedentemente, in seguito alle elezioni del 9 aprile 2019, Netanyahu non era stato in grado di formare una coalizione da porre alla guida di Israele, nonostante il suo partito, Likud, insieme agli alleati di destra, avesse ottenuto la maggioranza dei seggi. Ciò aveva portato il parlamento, il 30 maggio, a indire nuove elezioni.

Il partito di Gantz, di centro-destra, è risultato il maggiore vincitore nelle elezioni di settembre, con 33 seggi, rispetto ai 31 di Likud. Tuttavia, anche Blue and White era lontano dai 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza parlamentare e, di conseguenza, l’incarico di formare un governo da solo. Se anche Gantz fallirà nella missione, il governo israeliano sarà costretto ad indire nuove elezioni. Queste sarebbero le terze da aprile 2019.

La scelta di Rivlin era stata emessa in un contesto che ha visto la Joint Arab List, in una mossa definita “storica”, esprimere il proprio voto a favore di Gantz. L’ultima volta che tale coalizione, formata da quattro partiti arabi, ha espresso la propria preferenza per un primo ministro risale al 1992, con Yitzhak Rabin, e da allora non ha mai preso parte ad altre alleanze politiche. In tale quadro, Likud e i partiti di destra hanno continuato a tentare di delegittimare Gantz come candidato premier, affermando che era sostenuto dalla Joint Arab List, i cui membri adottano “posizioni nazionaliste”, ostili a Israele.

Nelle ultime settimane, Netanyahu aveva ottenuto l’appoggio dei leader dei partiti di destra e ultraortodossi, timorosi che Gantz potesse formare un governo di minoranza con il partito di Avigdor Lieberman, Yisrael Beytenu, e con il sostegno esterno della Joint List, a maggioranza palestinese e terzo partito della Knesset. Alle elezioni del 17 settembre, Yisrael Beytenu aveva ottenuto 9 seggi, mentre la Joint Arab List 12. Lieberman, ex ministro della Difesa, non aveva negato la possibilità di un accordo con Gantz ma si era rifiutato di appoggiare un esecutivo ultra-ortodosso come intendeva Netanyahu.

Benny Gantz è un ex capo dell’esercito israeliano, ed ha svolto tale ruolo durante il mandato da primo ministro di Netanyahu. Dopo aver formato il proprio partito nel febbraio 2019, si è lanciato nella carriera politica, di fronte ad un Paese che “aveva perso la propria strada”.

Dal canto suo, Netanyahu, il 2 ottobre scorso, ha intrapreso la fase di udienze che lo vedono imputato con accuse di corruzione e abuso d’ufficio. Nello specifico, le accuse sono state annunciate dal procuratore generale israeliano, Avichai Mandelblit, nel mese di febbraio scorso e riguardano tre casi. Tra questi, il “Caso 2000” vede il premier impegnato in presunte negoziazioni con Arnon “Noni” Mozes, il proprietario di uno dei maggiori quotidiani israeliani, Yedioth Ahronoth, volte ad ottenere maggiore copertura mediatica in cambio di una circolazione limitata del quotidiano gratuito rivale Israel Hayom. Quest’ultimo è di proprietà di un donatore di destra, Sheldon Adelson, considerato un portavoce del premier. Il caso considerato più rilevante è il “Caso 4000”, riguardante la relazione tra Netanyahu e l’azienda di telecomunicazioni Bezeq. Il premier avrebbe offerto regolarmente benefici dal valore di circa 280.000 milioni di dollari, in cambio della pubblicazione di notizie a proprio favore su Walla News!, un quotidiano online.

Si prevede che il procuratore generale emetterà la sentenza definitiva entro la fine del 2019. Da parte sua, Netanyahu, ha negato sino ad ora tutte le accuse, ritenendole uno stratagemma mediatico impiegato da chi vuole ostacolare la propria salita al governo. Se incriminato, Netanyahu rappresenterà il primo premier nella storia di Israele ad essere accusato di reati penali.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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