Cile: le ragioni della rivolta

Pubblicato il 22 ottobre 2019 alle 9:59 in America Latina Cile

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Il Cile era considerato il paese modello dell’America Latina, un’economia che continuava a crescere, un paese esportatore che stava creando una potente classe media aumentando il suo PIL pro capite praticamente ininterrottamente dai primi anni ’80. Questo fine settimana, il Cile ha stupito il mondo con un’esplosione di violenza che ha già lasciato 11 morti e una massiccia protesta che mette tutto in discussione. 

Le classi medie cilene, sarebbe un errore pensare che questa protesta nasca solo sulle classi inferiori, hanno sofferto un forte aumento del costo della vita mentre l’altissima mobilità sociale, iniziata ai tempi della dittatura di Pinochet (1973-90) rallentava. “Una serie di problemi irrisolti accumulati, come i costi di sanità e istruzione, e aumenti di prezzo continui, solo quest’anno per quanto riguarda elettricità, acqua, trasporti, medicine, hanno sconvolto la vita quotidiana della gente” – ha spiegato al quotidiano spagnolo El Mundo il giornalista Federico Grünewald. “Circa il 74% delle famiglie è indebitato per pagare istruzione e sanità, il prezzo della luce aumenterà di nuovo a gennaio e si pagherà un biglietto del trasporto pubblico come se fossimo a Londra” – aggiunge. 

I salari non aumentano e il governo prevede una riforma per ridurre il numero di ore lavorative. Pertanto, il disagio trabocca e la classe politica si è dimostrata completamente scollegata dalla realtà, in un paese dove vota appena il 48% degli aventi diritto. Se il ministro dell’Economia in carica, il conservatore, Juan Andrés Fontaine ha suscitato indignazione e ira affermando: “Chi si alza presto pagherà una tariffa più bassa e arriverà prima al lavoro”, i governi di centro-sinistra che hanno governato il paese dal 1990 al 2018 con una sola interruzione di quattro anni (2010-14) non hanno saputo captare il malessere della società, non a caso i deputati dell’opposizione hanno votato con il governo l’aumento delle tariffe della metropolitana che hanno scatenato le proteste.

La società cilena – spiega l’analista Alejandra Pizarro sempre a El Mundo – è una società ancora molto classista e discriminatoria, un paese in cui contano ancora molto il colore della pelle e il potere economico. È anche un paese di forte influenza del cattolicesimo più ortodosso e con un diffuso machismo, nonostante i due mandati di Michelle Bachelet alla guida del paese. Alcuni di questi modelli comportamentali hanno iniziato a cambiare negli ultimi anni, soprattutto dopo le manifestazioni di massa degli studenti nel 2011, durante il primo governo del conservatore Sebastián Piñera.

Le differenze si notano particolarmente a Santiago, dove vive circa un terzo dell’intera popolazione del paese. Il centro finanziario e commerciale della capitale è detto “Sanhattan” e i cileni amano confrontarlo con Manhattan. Sulle colline dove vivono le classi alte, in palazzi moderni o villette ottocentesche, la popolazione è essenzialmente “criolla”, bianca di origine europea, mentre nelle periferie degradate predominano i discendenti delle comunità indigene.

In mezzo la classe media, vera colonna vertebrale del paese, il più ricco e il più stabile dell’america latina. “Sì, il Cile ha fatto grandi progressi e la sua gente ha ottenuto grandi progressi in materia di istruzione e cittadinanza, ma la stessa Alejandra Pizarro avverte della sua fragilità: “Il 60% della classe media cilena è molto vulnerabile. Tutto ciò che accade rischia di avvicinarla alla povertà piuttosto che alla ricchezza come invece avveniva in passato. Ecco perché si vive psicologicamente con angoscia e paura. Le statistiche confermano che il divario tra i più ricchi e i più poveri continua a crescere nonostante 20 anni di boom economico consecutivo” -spiega.

“Il Cile è oggi un paese di classe media e nel contesto delle nazioni è un paese mediamente sviluppato. Il successo economico del Cile, oltre al consenso economico sottostante che esisteva dopo la fine della dittatura, era comunque arrivato alla fine di un ciclo, probabilmente era finito già dopo la marcia degli studenti del 2011” – spiega Jaime Bellolio, deputato della maggioranza ma critico con il governo.

Tutto ciò, comunque, spiega il malcontento ma non le violenze che sta attraversando il paese andino. Il fatto che negli ultimi anni i carabinieri abbiano spesso represso con cariche e gas lacrimogeni manifestazioni pacifiche ha infiammato gli animi in questi giorni, avvicinando una popolazione scontenta a gruppi violenti che hanno espressamente cercato gli scontri e i saccheggi. La dichiarazione del presidente Piñera “siamo in guerra” ha fomentato le tensioni, spingendo il generale Iturriaga, responsabile del coprifuoco a Santiago a dichiarare “io non sono in guerra con nessuno”.

Il capo dello stato è stato costretto a rettificare lunedì 21 ottobre. Piñera si è rivolta nuovamente ai cittadini dal palazzo La Moneda e,in riferimento alle sue sfortunate dichiarazioni sulla “guerra”, ha riconosciuto che non erano parole prudenti: “So che a volte ho parlato duramente contro questa violenza e criminalità. Comprendetemi, compatrioti. Lo faccio perché sono indignato nel vedere il danno e il dolore causato da questa violenza e criminalità”. 

Il Cile è stato uno dei principali protagonisti della guerra fredda in America Latina, con una forte presenza di organizzazioni rivoluzionarie di ispirazione comunista. Salvador Allende fu il primo marxista a vincere le elezioni in un paese occidentale nel 1970. La dittatura di Augusto Pinochet che lo rovesciò nel 1973 e resse il paese fino al 1990 fu una delle più dure della regione, ma garantì anche quasi un decennio di ininterrotta crescita economica. Quando la democrazia fu ristabilita, per via referendaria, Pinochet rimase a capo dell’esercito prima di diventare senatore della vita, qualcosa di insolito per un dittatore che lascia il potere.

 

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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