Siria: le forze USA si dirigono in Iraq

Pubblicato il 21 ottobre 2019 alle 13:56 in Siria Turchia USA e Canada

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Diverse milizie delle forze statunitensi hanno iniziato a ritirarsi, nella mattina di lunedì 21 ottobre, dal Nord della Siria, per dirigersi verso territori iracheni.

In particolare, secondo fonti locali, tre convogli militari dell’esercito statunitense hanno lasciato la Siria, passando per il valico di frontiera di Semalka, situato al confine con il Kurdistan iracheno. Le medesime fonti hanno riferito che le milizie USA si erano già precedentemente radunate, nella giornata del 20 ottobre, nella città di Qamishli, dopo essersi ritirate da diversi punti, tra cui l’aeroporto militare di Sarrin e la base di Kharab Ashk, nei pressi della città di Ain al-Arab, nell’area rurale di Raqqa, nel Nord del Paese. Il convoglio militare comprende circa 70 veicoli blindati e militari, provenienti dalla suddetta base.

Già il 15 ottobre scorso, le forze della coalizione internazionale anti-ISIS, a guida statunitense, avevano reso noto il proprio ritiro dalla città siriana di Manbij, affermando che si trattava di un indietreggiamento ponderato che avrebbe interessato la regione Nord-orientale della Siria. Nel corso delle ultime settimane, poi, sono state diverse le basi militari evacuate, precedentemente stabilite nel quadro della lotta allo Stato Islamico. In particolare, il piano statunitense comprende il ritiro di circa 1.000 truppe, su un totale di 2.000, dalle basi situate nella Siria Nord-orientale. A detta del segretario della difesa statunitense, Mark Esper, i soldati statunitensi saranno trasferiti nell’Iraq occidentale.

Allo stesso tempo, le forze turche hanno annunciato di aver istituito, nel corso delle ultime ore, due basi militari nel Nord di Raqqa, mentre è giunta altresì la notizia del ritiro dei combattenti curdi dalla città assediata di Ras al-Ayn. Le basi, a detta dell’Esercito Nazionale Siriano, affiliato alle forze di Ankara, sono state poste nei pressi della città siriana di Suluk, nell’area settentrionale di Raqqa, dopo aver preso il controllo della zona. Inoltre, secondo le ultime notizie del 21 ottobre, dopo l’uccisione di un soldato turco e 3 militanti curdi, la città di Ras al-Ayn sta assistendo ad una fase di relativa calma. L’esercito turco sta conducendo operazioni di ricognizione nelle vicinanze della città di Tell Abyad, mentre le forze del regime siriano si stanno spostando verso al Hasakah.

Tali ultime mosse fanno seguito all’accordo raggiunto il 17 ottobre dal vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, e il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, dopo quasi 5 ore di colloquio tra i due rappresentanti ad Ankara. In base a quanto stabilito, Washington ha dato il via libera alla presenza militare turca nella Siria settentrionale in cambio di un cessate il fuoco della durata di 5 giorni. In questo lasso di tempo, pari a 120 ore, i combattenti curdi dovranno consegnare le armi ed evacuare dalla “zona sicura” che Erdogan desidera istituire lungo il confine tra Siria e Turchia. Erdogan, da parte sua, il 20 ottobre, ha dichiarato che si aspetta che gli Stati Uniti mantengano le promesse e non usino tattiche contro la Turchia, che riprenderà le proprie operazioni militari se l’accordo dovesse vacillare.

Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha dichiarato, il 21 ottobre, a 35 ore dal termine stabilito, che se i “terroristi” non si ritireranno dalla zona sicura, l’operazione turca “Fonte di pace” riprenderà. Tuttavia, il ministro ha affermato che i curdi, in generale, non rappresentano dei nemici per la Turchia, a tal punto che il Paese ne ha ospitati circa 350mila in fuga dalla Siria. L’obiettivo sono soltanto le Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG) e le fazioni terroristiche della regione. Inoltre, Cavusoglu ha altresì negato l’impiego di armi chimiche e gli attacchi diretti contro i civili da parte di Ankara.

Il tutto si inserisce nel quadro dell’operazione “Fonte di pace”, che ha avuto inizio il 9 ottobre scorso ed è promossa dal presidente turco Erdogan, con il fine di contrastare le milizie curde presenti in Siria. Queste, a detta di Ankara, rappresentano una minaccia per l’integrità territoriale siriana. In particolare, l’obiettivo dell’operazione è porre fine ad un “corridoio terroristico”. Inoltre, secondo funzionari turchi, il fine è altresì creare una zona sicura che si estende dal fiume Eufrate a Ovest, fino alle città di Jarabulus e al-Malikiyah, nell’estremo Nord della Siria, con una lunghezza pari a circa 450 chilometri. A tal proposito, il vicepresidente della Turchia, Fuat Oktay, ha affermato che si tratta di un’area in cui i 3.6 milioni di rifugiati siriani potranno ritornare, per vivere in pace e sicurezza nelle proprie abitazioni.

Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), sono state il principale alleato degli Stati Uniti in Siria, e, negli ultimi anni, hanno ampliato il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” legata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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