Libano: 5 domande sulla situazione attuale

Pubblicato il 21 ottobre 2019 alle 10:24 in Libano Medio Oriente

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Il Libano è interessato da gravi disordini dal 17 ottobre. Ecco cosa sta succedendo.

A detta di alcuni analisti, le crisi non rappresentano nulla di strano per un Paese già devastato precedentemente da un conflitto civile durato 15 anni e terminato nel 1990. Tuttavia, le manifestazioni scoppiate negli ultimi giorni sono diverse. Queste vedono i cittadini libanesi ribellarsi alle nuove tasse che il governo di Beirut intende imporre ed invocare la caduta del sistema attuale. Pertanto, alla base dei nuovi disordini vi sono problematiche di natura economica e non violenza settaria o conflitti regionali.

  • Qual è la causa alla base dello scoppio dell’ondata di violenza?

La causa diretta che ha portato migliaia di cittadini libanesi a scendere in piazza, scontrandosi con le forze di polizia, è un piano governativo che prevede l’imposizione di una nuova tassa, dal valore di circa 20 centesimi di dollari USA, a partire dal 2020. Questa riguarda l’applicazione di messaggistica istantanea WhatsApp e, nello specifico, la prima chiamata effettuata dagli utenti di uno dei mezzi di comunicazione divenuti essenziali per il Medio Oriente e altre aree del mondo. Sebbene alcuni abbiano definito l’ondata di proteste “La rivoluzione di WhatsApp”, si tratta di un punto di svolta dopo mesi di malcontento popolare, causato dall’incapacità del governo di far fronte al debito pubblico e risolvere le problematiche nate a livello economico. Pertanto, da Beirut arrivano altresì richieste di migliori condizioni di vita e della fine della corruzione.

  • Perché questo attaccamento a WhatsApp?

I costi legati ai telefoni cellulari in Libano sono tra i più alti della regione e per risparmiare denaro molti libanesi fanno molto affidamento su WhatsApp e altre applicazioni di comunicazione gratuite.

  • Quanto è grave la situazione economica?

Il Libano è uno dei Paesi più indebitati del mondo e sta lottando per trovare nuove fonti di finanziamento estere poiché i fondi da cui il Paese dipendeva precedentemente sono terminati. L’economia libanese si è indebolita a causa di un enorme debito e di una crisi finanziaria che deriva da un rallentamento dell’afflusso di capitale. La situazione economica risente ancora dei danni della guerra civile tra il 1975 ed il 1990, e attualmente il rapporto di debito pubblico, in relazione alla produzione, ammonta a 76 miliardi di dollari, ovvero oltre il 150% del prodotto interno lordo del Paese. Inoltre, il tasso di disoccupazione per i minori di 35 anni è giunto al 37%.

Il governo ha anche posto in agenda un graduale aumento dell’IVA, che attualmente ammonta all’11%, e l’imposizione di dazi sulla benzina, nel quadro di un budget di austerità pianificato. Molti libanesi danno la colpa a decenni di nepotismo, corruzione e sfruttamento della classe politica per la difficile situazione economica della nazione.

  • Cosa succederebbe se cadesse il governo?

L’amministrazione del premier attualmente in carica, Saad Hariri, è il risultato di una fragile convivenza tra i maggiori raggruppamenti politici. All’opposizione vi sono i ministri alleati con Hezbollah. Una delle maggiori preoccupazioni è che se il governo di Hariri fallisse, il Libano potrebbe cadere nelle mani di Hezbollah, e attrarre investimenti ed aiuti potrebbe essere ancora più difficile. Un cambio dell’esecutivo causerebbe, pertanto, un ulteriore peggioramento per il quadro economico del Paese.

  • Cosa significa tutto ciò per il Medio Oriente?

Un vuoto di potere o un fallimento del governo di Beirut potrebbero avere implicazioni per altri conflitti regionali, compresa la guerra nella vicina Siria, la lotta di potere tra Iran e Arabia Saudita e il conflitto con Israele. Non da ultimo, Israele considera Hezbollah una delle principali minacce, a causa del copioso arsenale di missili ed il sostegno ricevuto dall’Iran.

Anche per lunedì 21 ottobre si attende una nuova ondata di violente manifestazioni dopo che il giorno precedente, il 20 ottobre, circa 2 milioni di cittadini sono scesi in piazza chiedendo le dimissioni della classe politica al potere, elezioni anticipate e l’adozione di un sistema fiscale equo. Ciò è accaduto nonostante la proposta presentata da Hariri al governo, riguardante la fine dei privilegi e la riduzione del 50% dei salari di deputati, ministri e presidenti. Nella stessa giornata del 21 ottobre, si prevede un incontro governativo in cui il premier discuterà di un nuovo documento di riforma per salvare l’economia del Libano. Fino al termine della giornata, i sindacati hanno altresì indetto uno sciopero che prevede la chiusura di numerose scuole, università e banche.

Il clima di mobilitazione popolare ha avuto inizio ancor prima del 17 ottobre, a causa di alcune dinamiche economiche. In particolare, negli ultimi mesi, le banche libanesi hanno limitato l’accesso ai dollari, gli sportelli ATM hanno esaurito la quantità di banconote disponibili e talvolta è necessario recarsi di persona agli sportelli bancari per ottenere moneta. Questo è avvenuto dopo che il tasso di cambio nel mercato non ufficiale è salito oltre le 1.600 lire libanesi nelle ultime settimane, causando una corsa ai dollari ed una conseguente riduzione di tale valuta.

Dollari e lire libanesi vengono utilizzate in modo interscambiabile sin dalla guerra civile verificatasi tra il 1975 ed il 1990 e una diminuzione della moneta statunitense crea difficoltà a chi opera con ingenti somme di denaro nell’ambito dell’importazione di materie prime. La crisi che ha colpito il Libano negli ultimi mesi ha interessato soprattutto benzina, pane e medicine. Molti proprietari delle stazioni di servizio sono stati costretti a pagare le tariffe più elevate per acquistare carburante in dollari, e ciò ha causato uno sciopero nazionale nella giornata dell’11 ottobre. I benzinai libanesi continuano a chiedere al governo di poter pagare il carburante importato in moneta locale, così da poter fra fronte alla crisi di liquidità. Successivamente, la giornata del 14 ottobre ha visto il Paese interessato da uno sciopero dei forni.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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