L’Europa sarà colpita dall’ISIS?

Pubblicato il 21 ottobre 2019 alle 6:10 in Europa Il commento

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Orsini Mit 2
La fuga dei combattenti dell’Isis dalle carceri siriane sta spaventando i governi occidentali. La domanda che tutti si pongono – tanto i cittadini comuni quanto i servizi segreti – è se le città europee siano nuovamente in pericolo. Per rispondere, occorre un metodo. Una questione così importante, anche per gli equilibri elettorali e democratici, non può essere affidata alla semplice speculazione. Il metodo migliore è quello di distinguere tre livelli della minaccia terroristica e poi domandarsi quale di questi livelli interessi eventualmente le città europee.

Il primo è il livello “macro”, che riguarda le caratteristiche di un’intera società in una precisa fase storica. Il fatto che una società sia devastata da una guerra civile, da un’invasione straniera, dalla repressione anti-democratica del governo o da una terribile crisi economica dovuta alla bancarotta dello Stato, sono tutti problemi macro-sociologici che possono creare un contesto favorevole alla radicalizzazione jihadista. La ragione è semplice: le persone sono disperate e sono pertanto sensibili al fascino dei predicatori radicali che promettono di costruire una società senza più ingiustizie, né sofferenze. Non a caso, l’Isis e al Qaeda promettono l’edificazione di una comunità irenica basata sulla fratellanza universale, dove gli uomini potranno vivere prosperi e felici. Tale sarebbe il Califfato nella sua fase matura.  

Il secondo è il livello “meso”, che riguarda le organizzazioni terroristiche. Il fatto che un’organizzazione come al Qaeda o l’Isis sia già presente da tempo nel Paese investito dalla crisi è della massima importanza giacché la rabbia della gente può essere trasformata in militanza politica nel volgere di poco tempo. Le organizzazioni dispongono infatti di soldi con cui pagare stipendi, appartamenti in cui nascondersi, scantinati per falsificare i documenti, armi e addestratori all’uso degli esplosivi, oltre che reclutatori e ideologi che svolgono la funzione di “motivatori” religiosi. Il fatto che un’organizzazione jihadista sia già radicata sul territorio fa la differenza. Una cosa è creare un’organizzazione terroristica dal nulla, altro è poter bussare alle porte di un’organizzazione già esistente. Il caso dell’Egitto lo dimostra. Subito dopo gli sconvolgimenti “macro” successivi alla caduta di Mubarak e poi di Morsi, l’Egitto è stato un pullulare di attentati perché i gruppi jihadisti, benché a lungo repressi, hanno continuato a essere radicati in quel Paese martoriato.   

Il terzo è il livello micro, che riguarda i singoli individui con le loro storie e motivazioni particolari. Gli individui possono aderire al terrorismo per una quantità molto grande di ragioni. Alcuni si radicalizzano perché hanno perso il lavoro, il potere, la posizione sociale, la casa; altri si radicalizzano perché hanno avuto un parente vittima della repressione del governo, perché hanno visto immagini violente o magari perché hanno una crisi esistenziale e vanno alla ricerca di verità assolute per dare un ordine alla propria vita alla deriva. Tutto questo è spiegato molto bene nel libro “Il terrorismo in Africa”, in uscita per la Luiss University Press.

Le buone notizie, per l’Europa, sono numerose.

In primo luogo, nessuno Stato dell’Unione Europea, a livello macro, attraversa pericoli. Non ci sono, nell’Unione Europea, Paesi in preda a invasioni, guerre civili o alla bancarotta. In secondo luogo, né l’Isis, né al Qaeda, sono riuscite a radicarsi, come organizzazioni strutturate, nei Paesi europei. Ciò è dimostrato dal fatto che, fatta eccezione per la strage di Parigi del 13 novembre 2015 e quella di Bruxelles del 22 marzo 2016, gli attentati dell’Isis in Europa occidentale sono stati realizzati da lupi solitari o da “cellule autonome” ovvero da gruppi di amici e parenti senza supporto logistico o militare da parte dell’Isis o di al Qaeda. Un esempio di cellula autonoma è la strage di Barcellona del 17 agosto 2017. Il problema si pone a livello micro. I ragazzi che si radicalizzano nelle città europee sono diminuiti dopo il crollo dello Stato Islamico, ma continuano a rappresentare una minaccia, che però rimarrà contenuta, fino a quando non potranno contare su una crisi di ampie dimensioni (livello macro) e sulla presenza di organizzazioni terroristiche (livello meso). Questi ragazzi, da soli, possono fare poco, come dimostra l’analisi comparata delle stragi jihadiste in Europa occidentale nel periodo 2015-2018.

Articolo apparso su Il Messaggero, riprodotto per gentile concessione.

di Alessandro Orsini

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