Kashmir: scontri di confine tra India e Pakistan, soldati e civili uccisi

Pubblicato il 21 ottobre 2019 alle 6:00 in India Pakistan

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Un violento scontro a fuoco da una parte all’altra della Linea di Controllo, che divide il Kashmir pakistano da quello indiano, ha provocato numerose vittime civili e militari nella regione contesa.

Nella giornata di domenica 20 ottobre, nuovi scontri lungo la Linea di Controllo, la frontiera altamente militarizzata che di fatto funge da confine tra la regione del Kashmir pakistano e quello indiano, hanno causato un numero di vittime contrastante.

Un portavoce dell’esercito indiano ha affermato che 2 soldati indiani e un civile sono rimasti uccisi in un attacco a fuoco deliberato e “non provocato”, per opera delle forze pakistane nella regione di Tangdhar, nel distretto di Kupwara. Nell’attacco sono state danneggiate molte case e 3 civili sono stati ospedalizzati, ha spiegato il colonnello Rajesh Kalia. Quanto all’esercito del Pakistan, le milizie hanno sostenuto che sia stata la controparte indiana ad attaccare deliberatamente i civili nei distretti di Jura, Shahkot e Nowshera.

In questo contesto, il portavoce dell’esercito pakistano, il maggior generale Asif Ghafoor, ha aggiunto che 9 soldati indiani sono rimasti uccisi, molti altri feriti e due bunker sono stati distrutti. Dall’altro lato, invece, sono morti un soldato pakistano e 5 civili, mentre altri 7 sono rimasti feriti.

Fenomeni di scontri e tensioni simili erano già avvenuti nella regione la settimana precedente, martedì 16 ottobre, sul lato pakistano della Linea di Controllo (LoC). In tale occasione, 3 civili, tra cui 2 bambini, erano stati uccisi e altri 8 erano rimasti feriti dal fuoco indiano “non provocato”, secondo quanto ha riferito il Ministero degli Esteri del Pakistan. Mohammed Faisal, portavoce del Ministero degli Esteri pakistano, aveva lamentato l’accaduto e affermato che il vice commissario indiano, Gaurav Ahluwalia, era stato chiamato per condannare le “violazioni ingiustificate del cessate il fuoco”.

Il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione indiana del Kashmir, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste. Alcune di queste sono state caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Complessivamente ci sono state 722 manifestazioni in tutta la regione, a partire dal 5 agosto alla fine di settembre. Le città maggiormente interessate sono state quella di Srinagar, il distretto di Baramulla, nel Nord-Ovest e Pulwama, situata nel Sud. Quasi 200 civili e 415 membri delle forze di sicurezza sono stati feriti, secondo una fonte interna al governo indiano, resa pubblica il 15 settembre. Inoltre, circa 4.100 persone, tra cui 170 leader politici, sono stati arrestati in tutta la valle, con 3.000 rilasci nelle ultime 2 settimane. 

Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha affermato che la situazione in Kashmir è “senza precedenti” nella recente storia della regione. Secondo l’organizzazione le detenzioni e la repressione del dissenso hanno contribuito a “diffondere paura e alienazione” nella regione. “Il blackout della comunicazione, il blocco della sicurezza e la detenzione dei leader politici nella regione hanno peggiorato le cose”, ha affermato Aakar Patel, capo di Amnesty International India. In tale contesto, il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, ha parlato di fronte alle alle Nazioni Unite, martedì 10 settembre, sottolineando che “l’occupazione militare illegale” dell’India in Kashmir rischia di trasformarsi in “genocidio”. 

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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