Il Kurdistan, l’Europa e la questione dei detenuti dell’ISIS in Siria

Pubblicato il 19 ottobre 2019 alle 6:17 in Francia Siria Turchia

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Il primo ministro della regione del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, ha ricevuto il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, ad Erbil, venerdì 18 ottobre. I due si sono incontrati giovedì sera dopo una visita del ministro di Parigi a Baghdad, dove è stato discusso, tra le altre cose, il tema del rimpatrio dei militanti dello Stato Islamico iracheno dalla Siria.

In merito alle relazioni tra il Kurdistan e l’Iraq, il premier Barzani ha ribadito l’impegno del suo governo a stabilire buoni rapporti con il governo federale iracheno, chiarendo tuttavia che si aspetta uno sforzo serio da parte di Baghdad per risolvere le recenti proteste scoppiate nel Paese. Le Drian ha affermato, da parte sua, che la Francia continuerà a sostenere la regione del Kurdistan, la cui popolazione ha fatto sacrifici enormi nella battaglia per sconfiggere lo Stato islamico. “Ho assistito personalmente al coraggio e al valore dei Peshmerga”, recita una parte del discorso pronunciato dal ministro francese.

Per quanto riguarda il tema caldo dell’incontro, ovvero gli ultimi sviluppi in Siria, Barzani e Le Drian hanno entrambi espresso preoccupazione per la possibilità che un proseguimento della crisi provochi danni irreparabili sui civili della regione. I due leader hanno sottolineato che la comunità internazionale è tenuta a fornire sostegno alla regione del Kurdistan, la quale, al momento, sta accogliendo migliaia di rifugiati dalla Siria a causa dell’attuale situazione di conflitto. Pur respingendo l’opzione di un cambiamento nella demografia della regione nordorientale della Siria, il primo ministro Barzani ha incoraggiato le fazioni in campo a esplorare qualsiasi soluzione pacifica che aiuti a risolvere la controversia. In particolare, sia Barzani sia Le Drian hanno evidenziato l’importanza, non solo per la regione ma per tutto il panorama internazionale, di mantenere la sicurezza dei centri di detenzione e delle prigioni del Kurdistan siriano dove sono rinchiusi i detenuti dell’ISIS.

Il 17 ottobre, il gruppo dello Stato Islamico ha dichiarato di aver “liberato” le donne dell’ISIS detenute dalle forze curde siriane. In una dichiarazione rilasciata sull’applicazione Telegram, l’organizzazione ha affermato di aver preso d’assalto un quartier generale di sicurezza, ad Ovest dell’ex roccaforte di Raqqa, “liberando le donne musulmane rapite dalle forze curde”. Non è chiaro, tuttavia, quante di loro siano state rilasciate e se si tratti di mogli di combattenti dello Stato Islamico o di donne appartenenti direttamente all’organizzazione. Separatamente, ma nella stessa giornata, 3 ex combattenti dell’ISIS, originari della Striscia di Gaza, erano fuggiti da un centro di detenzione curdo vicino a Tal Abyad, nei pressi del confine tra Siria e Turchia. I 3, 2 dei quali hanno fatto parte dell’ala militare di Hamas prima di unirsi all’ISIS, hanno chiamato le loro famiglie subito dopo la fuga ma hanno riferito che non intendevano tornare a casa.

La prospettiva che migliaia di militanti possano tornare alla libertà nel mezzo del caos provocato dall’invasione turca della Siria nord-orientale sta creando un allarme diffuso. I governi europei temono che ciò potrebbe portare a una rinascita del gruppo o a un aumento degli attacchi in Occidente nelle regioni da loro precedentemente controllate nella Siria e nell’Iraq. Secondo le autorità curde, centinaia di parenti dell’ISIS hanno già tentato la fuga da quando Ankara ha lanciato la sua offensiva nel Nord della Siria, il 9 ottobre.

La settimana scorsa, secondo fonti curde, circa 800 parenti di militanti stranieri erano fuggiti da un campo di sfollamento nella città siriana settentrionale di Ain Issa. Almeno 3 delle donne francesi che avevano lasciato il centro si sono poi unite all’ISIS, secondo quanto emerso dai messaggi inviati ai loro avvocati e verificati da Agence France Press. In quei giorni, anche 5 militanti dell’ISIS erano fuggiti da una prigione vicino alla città nordorientale di Qamishli. Martedì 15 ottobre, nel campo di al-Hol, così sovraffollato che i guardiani lottano quotidianamente per controllare le rivolte, era stato sventato un tentativo di fuga.

Secondo i dati dell’amministrazione curda, sono circa 12.000 i sospetti combattenti dell’ISIS sotto la custodia delle forze di sicurezza curde nelle prigioni della Siria nord-orientale. Almeno 2.500 di loro sono stranieri non iracheni, appartenenti ad oltre 50 nazionalità diverse. Si pensa che la Tunisia abbia il gruppo di maggioranza. I combattenti detenuti possiedono anche migliaia di parenti, principalmente donne e bambini, rinchiusi nei campi di sfollamento. Il centro di al-Hol, da solo, detiene circa 68.000 prigionieri, per lo più parenti di membri passati o attuali dell’ISIS.

Le forze democratiche siriane a guida curda (SDF) hanno dichiarato, mercoledì 16 ottobre, di aver sospeso le loro operazioni contro l’ISIS. “Abbiamo congelato tutte le nostre azioni contro il Daesh”, ha detto il capo delle SDF, Mazloum Abdi, parlando al canale televisivo curdo Ronahi. Le forze democratiche siriane, che hanno aiutato a sconfiggere lo Stato Islamico insieme alla coalizione a guida statunitense, ha affermato che avrebbe effettuato solo operazioni di tipo difensivo.

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Chiara Gentili

di Redazione

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