Catalogna: la crisi in cinque domande

Pubblicato il 19 ottobre 2019 alle 6:30 in Europa Spagna

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1. Perché ci sono proteste in Catalogna?

Le proteste sono scoppiate lunedì 14 ottobre quando nove leader indipendentisti catalani, tra cui l’ex vicepresidente Oriol Junqueras e la ex presidente del parlamento Carme Forcadell, sono stati condannati a pene tra i 9 e i 13 anni di carcere dalla Corte suprema spagnola. I politici sono stati condannati per sedizione e appropriazione indebita per il loro ruolo nel referendum sull’indipendenza del 1 ottobre 2017 che il governo spagnolo ha dichiarato illegale.

L’ex vicepresidente della Generalitat, il governo regionale della Catalogna, Oriol Junqueras, è stato condannato a 13 anni, la pena più elevata, per reati di sedizione con appropriazione indebita di fondi pubblici.

I manifestanti ritengono ingiusta la sentenza e chiedono una soluzione politica e non giudiziaria alla crisi catalana.

Lo stesso lunedì, migliaia di manifestanti hanno bloccato le strade che portavano all’aeroporto di El Prat a Barcellona. Più di 100 voli sono stati cancellati quando i manifestanti hanno affrontato la polizia antisommossa negli edifici del terminal. Voli sono stati cancellati anche nei giorni successivi, in particolare venerdì 18 ottobre in concomitanza con uno sciopero generale.

Le manifestazioni sono proseguite per tutta la settimana. con decine di migliaia di sostenitori dell’indipendenza della Catalogna che hanno bloccato strade, autostrade e ferrovie e anche l’ingresso alla Sagrada Familia. I manifestanti stanno usando un’applicazione nota come Tsunami Democràtic, che li indirizza verso i luoghi delle manifestazioni organizzate nelle città catalane e che sfugge al controllo delle forze di sicurezza.

Le proteste sono diventate violente e il centro di Barcellona, come è accaduto in altre città catalane, è diventato teatro di una dura battaglia con barricate e scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, incendi di auto e cassonetti, lanci di acido e di bottiglie molotov. Finora oltre 100 persone sono state arrestate e oltre 400 ferite.

2. Come ha risposto il governo spagnolo?

Il presidente del governo ad interim, Pedro Sánchez, ha dichiarato che l’esecutivo “sarà moderato, non reagirà in modo eccessivo e sarà risoluto nella risposta”. In una conferenza stampa di mercoledì sera, Sanchez ha chiesto “serenità e temperanza” e ha affermato che il governo centrale garantirà i diritti e le libertà di tutti “e lo farà con la forza, l’unità e la proporzionalità nella risposta nella violenza “.

D’altro canto, il ministro degli Interni Fernando Grande-Marlaska ha affermato che i servizi segreti spagnoli stanno indagando su chi sta coordinando le proteste, ma che l’applicazione di norme straordinarie non è necessario perché la polizia catalana sta collaborando con le forze di sicurezza nazionali.

3. Come hanno reagito le forze politiche alle manifestazioni?

I partiti politici indipendentisti sembrano non avere il controllo delle manifestazioni, per la maggior parte spontanee e organizzate da piccoli gruppi autonomi che girano attorno ai CDR, i Comitati di Difesa della Repubblica. Non a caso obiettivo di una delle manifestazioni più violente è stato l’assessorato agli Affari Interni, accusato di mandare i Mossos, la polizia catalana, contro i manifestanti.

Il presidente catalano Torra ha attribuito le violenze a “infiltrati e provocatori”, il premier spagnolo Sánchez ha ribattuto che si tratta di “gruppi catalani organizzati”.

Il capo del governo spagnolo ha paventato l’applicazione della Legge di sicurezza nazionale in Catalogna, che metterebbe tutte le forze di sicurezza sotto il comando dell’esecutivo. L’opposizione liberale e conservatrice chiede nuovamente l’applicazione dell’Articolo 155.

Torra, criticato per non aver condannato le violenze nei primi giorni di protesta, le ha condannate nella notte tra mercoledì 16 e giovedì 17 ottobre, ma non ha preso le distanze dalla “disobbedienza civile”, limitandosi a dire: “Dobbiamo farlo in modo pacifico. Questo è l’unico modo in cui i catalani devono avanzare verso l’indipendenza” – ha detto il presidente della Generalitat, che ha proposto alle diverse forze indipendentiste di procedere assieme verso un nuovo referendum prima della fine della legislatura.

I partiti politici catalani non indipendentisti hanno invitato il presidente della Generalitat a indire nuove elezioni regionali.

4. Quali sono gli scenari futuri?

Sebbene vi siano stati appelli dal governo spagnolo e dal governo catalano per fermare le violente proteste e ridurre le tensioni, sono previste nuove manifestazioni per i prossimi giorni.

Venerdì 18 marce partite da diverse città catalane sono arrivate a Barcellona, in coincidenza con uno sciopero generale organizzato da parte dei sindacati locali. Diverse organizzazioni hanno convocato manifestazioni in autonomia dai sindacati e dai partiti; numerose manifestazioni pacifiche sono poi degenerate in scontri violenti indipendentemente dalla volontà dei CDR che le hanno organizzate, in un processo di atomizzazione della protesta indipendentista che preoccupa le forze di sicurezza locali e nazionali.

La crisi ha luogo nel pieno della campagna elettorale, dal momento che gli spagnoli dovranno tornare alle urne il 10 novembre dopo che non è stato raggiunto un accordo per formare un governo dopo le elezioni del 28 aprile.

5. Come si è arrivati alla crisi attuale?

La Catalogna ha un’identità linguistica e culturale che risale al medioevo.

L’autonomia catalana, riconosciuta dalla Costituzione del 1978, è retta dallo statuto approvato nel 2006 che conferiva grandi poteri al governo locale, ne accresceva l’autonomia fiscale e definiva la Catalogna “nazione”. La Corte costituzionale spagnola ha dichiarato incostituzionale gran parte dello statuto nel 2010, con una sentenza che i nazionalisti catalani hanno considerato “un tradimento” da parte dell’allora premier socialista Zapatero.

I nazionalisti catalani storicamente lamentano il fatto che la loro regione invia troppi soldi alle regioni più povere della Spagna. Nel 2012, l’allora presidente Artur Mas, chiese al governo centrale una maggiore autonomia fiscale sulla base di quella concessa ai Paesi Baschi. Di fronte alla negativa del governo di Mariano Rajoy, Mas avviò il cosiddetto procés, il processo di indipendenza della Catalogna dalla Spagna, proseguito dal suo successore, Carles Puigdemont.

Tra agosto e settembre del 2017 il parlamento catalano approvò una serie di norme per sganciare la regione dall’ordinamento legale del Regno di Spagna, e convocò un referendum sull’indipendenza per il 1 ottobre di quell’anno. La Corte costituzionale dichiarò incostituzionali le norme e illegale il referendum, che si tenne in un clima di violenze e scontri tra polizia e indipendentisti.

Dopo giorni di tensione, la maggioranza separatista del parlamento catalano procedette a una dichiarazione unilaterale di indipendenza il 27 ottobre 2017, che spinse il governo spagnolo, allora presieduto da Mariano Rajoy, ad applicare l’articolo 155 della Costituzione spagnola che consentiva a Madrid di sciogliere il parlamento regionale, prendere il controllo del governo catalano e convocare elezioni anticipate, in cui i partiti indipendentisti ottennero la maggioranza dei seggi, e quelli unionisti la maggioranza dei voti.

Dal 2018 lo scrittore nazionalista Quim Torra dirige una coalizione tra Sinistra Repubblicana di Catalogna e Junts per Catalunya, la formazione di Puigdemont, fuggito in Belgio per evitare di essere processato.

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Italo Cosentino

di Redazione

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