Libano: secondo giorno di proteste, 2 morti

Pubblicato il 18 ottobre 2019 alle 18:35 in Libano Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Sono almeno 2 i morti e oltre 60 i feriti a seguito degli scontri tra le forze di polizia del Libano e i civili, in protesta da giovedì 17 ottobre.

È quanto riportato dall’agenzia di stampa libanese, NNA, e ripreso da ANSAmed, la quale ha altresì aggiunto che i 2 civili che hanno perso la vita erano di nazionalità siriana e che sono morti soffocati in un negozio nel centro della capitale, Beirut.

Sono in migliaia ormai i manifestanti che da giovedì 18 ottobre sono scesi nelle piazze della capitale libanese e di altre città del Paese per manifestare a causa delle nuove tasse che il governo intende imporre. Tra queste, anche una tassa sull’utilizzo dell’applicazione di messaggistica istantanea Whatsapp e di altri mezzi di comunicazione che implicano l’utilizzo di una connessione a internet. Tale tassa è stata immediatamente revocata dal governo, ma i civili hanno continuato a protestare nel corso della notte tra giovedì 17 e venerdì 18 ottobre, invocando il ben noto slogan utilizzato durante la Primavera araba: “Il popolo vuole la caduta del regime”.

Le strade e i ponti delle città teatro delle proteste sono state chiuse e i manifestanti hanno incendiato pneumatici e bidoni della spazzatura.

Secondo quanto rivelato dal Guardian, in Libano non si verificavano proteste di tali entità dal 2015. Stando alle dichiarazioni di uno dei manifestanti di Beirut, Loris Obeid, i manifestanti protestano “per tutelare i loro diritti”, perché “il Paese è corrotto, la spazzatura è ovunque nelle strade e i cittadini sono rabbiosi per tutti questi motivi”.

Verso l’alba del 18 ottobre, secondo quanto reso noto da ANSAmed, la polizia è riuscita a reprimere le proteste nel centro di Beirut, riaprendo quasi la totalità delle strade, incluso il collegamento verso l’aeroporto. A tale riguardo, Al Arabiya English ha reso noto che la polizia ha utilizzato gas lacrimogeno per reprimere le proteste, facendo perdere coscienza ad alcuni manifestanti.

Nel corso della giornata del 18 ottobre, i manifestanti hanno, però, nuovamente fatto irruzione nel centro della città, ostruendo l’accesso al collegamento verso il palazzo presidenziale libanese. Secondo le ricostruzioni di Al Arabiya English, i vigili del fuoco libanesi hanno estinto diversi incendi causati dai manifestanti, i quali avevano nuovamente dato al fuoco pneumatici in numerose strade della capitale.

Secondo quanto riportato da ANSAmed, rimangono tutt’ora chiuse le scuole, le università, le banche e gli uffici del governo della capitale.

Nel frattempo, il ministro degli Esteri del Libano, Gebran Bassil, ha dichiarato che le proteste di massa in atto nel Paese possono lasciare spazio a due opzioni: “un grande collasso oppure la salvezza” di Beirut.

Da parte sua, il premier libanese, Saad Hariri, ha cancellato il vertice del Consiglio dei ministri programmato per il 18 ottobre, annunciando che avrebbe, nel corso della giornata, rilasciato dichiarazioni in risposta alle richieste dei manifestanti, i quali chiedono le sue dimissioni.

Poco dopo, nel pomeriggio, Hariri ha rilasciato le prime dichiarazioni ufficiali in merito alle proteste, le quali, secondo il premier, sono state causate dagli stessi membri della sua coalizione di governo, i quali hanno impedito l’adozione di riforme.

Per tale ragione, Hariri ha dichiarato che i suoi alleati hanno “72 ore di tempo” per dimostrare il proprio impegno nell’attuare riforme per il bene del Libano, o sarà costretto ad agire diversamente.  Il popolo libanese, ha dichiarato Hariri, “ci ha dato molte opportunità e si aspettava riforme e posti di lavoro”. Ad oggi, ha annunciato il premier, “non si può più aspettare che i membri della coalizione di governo inizino a lavorare alle soluzioni”.

Secondo quanto spiegato da Al Arabiya English, il Libano ha un sistema politico confessionale, il quale prevede che i membri del parlamento e dell’esecutivo vengano allocati in base alla confessione religiosa di appartenenza. Nello specifico, il capo di Stato deve essere di fede cristiana, il premier sunnita e il presidente della Camera deve invece essere sciita.

Attualmente, le massime cariche dello Stato sono ricoperte dal cristiano Michel Aoun, il quale è capo di Stato, e dal sunnita Hariri il quale è dal 2016, per il suo secondo mandato, a capo di un governo multipartitico. All’interno della coalizione di governo, spiega Al Arabiya, figurano i principali partiti del Paese, incluso anche Hezbollah, sciita, come il suo alleato, Amal, il cui leader, Nabih Berri, è presidente della Camera. Nell’esecutivo figura anche il partito cristiano del Paese, le Christian Lebanese Forces (LF), con 3 dicasteri.

Con le ultime dichiarazioni del premier, tuttavia, sottolinea Al Arabiya English, l’attuale formazione del governo può essere messa in questione.

Le tensioni in Libano sono state crescenti negli ultimi mesi, caratterizzati dai molteplici tentativi da parte del governo di adottare misure economiche in grado di alleviare il Paese dalla crisi e dal crescente debito pubblico, il terzo al mondo per livello di entità, ammontante a circa il 150% del PIL nazionale.

Il Paese, inoltre, nonostante la guerra in Libano sia terminata nel 1990, è tutt’ora caratterizzato da una infrastruttura debole, date le giornaliere interruzioni dell’energia elettrica, le grandi quantità di rifiuti nelle strade della città e la frequenza con cui vi sono limiti alla fornitura di acqua da parte dell’Ente idrico nazionale.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il primo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Jasmine Ceremigna

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.