L’accordo USA-Turchia in Siria: cosa prevede e cosa non può prevedere

Pubblicato il 18 ottobre 2019 alle 9:35 in Siria Turchia USA e Canada

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Il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, e il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, hanno raggiunto un accordo in cui Washington accetta la presenza militare turca nella Siria settentrionale in cambio di un cessate il fuoco di 5 giorni. In questo tempo, i combattenti curdi dovranno consegnare le armi ed evacuare.

L’accordo è stato raggiunto il 17 ottobre a seguito di quasi 5 ore di colloquio tra i due rappresentanti ad Ankara. Pence e l’amministrazione Trump hanno salutato tale intesa come una vittoria diplomatica, definendola una “soluzione che salverà vite”. L’accordo “pone fine alla violenza ed è ciò che il presidente Trump ci ha inviato qui per fare”, ha dichiarato Pence in una conferenza stampa presso la residenza dell’ambasciatore USA, dopo l’incontro. Da parte sua, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha immediatamente contraddetto la descrizione dell’intesa, insistendo che non si trattava affatto di un cessate il fuoco, ma semplicemente di una “pausa della nostra operazione”. Cavusoglu ha aggiunto che “come risultato dell’abile leadership del nostro presidente, abbiamo ottenuto ciò che volevamo”.

L’intesa USA-Turchia mette quindi in pausa l’operazione a guida turca della Siria settentrionale, nota con il nome di “Fonte di pace” e iniziata il 9 ottobre, dopo che Trump ha ritirato le forze statunitensi dal confine turco-siriano, consentendo all’esercito turco di avviare l’offensiva. Sotto molti aspetti, l’accordo è un trionfo per la Turchia, secondo il New York Times, poiché concede ad Ankara il controllo della striscia di territorio siriano lungo il confine turco, che sarà sgomberata dalle forze curde che hanno partecipato alla liberazione del territorio dallo Stato Islamico, con il supporto statunitense. L’intesa prevede che le milizie curde si ritirino dall’area senza combattere e che gli Stati Uniti accettino la creazione di una cosiddetta “zona sicura” in tale area, che sarà controllata dall’esercito della Turchia. Di conseguenza, non verranno implementante nuove sanzioni economiche statunitensi contro Ankara e quelle in atto verranno eliminate, ma solo quando le due parti raggiungeranno un cessate il fuoco permanente. “Si concorda pienamente sul fatto che la zona sicura sarà sotto il controllo delle forze armate turche”, ha dichiarato Cavusoglu. “Fare una pausa non significa ritirare le nostre forze. Continueremo ad essere presenti”, ha aggiunto.

L’annuncio mette in pausa i combattimenti per 5 giorni e dà alla delegazione statunitense un accordo con cui tornare a casa. Tuttavia, avendo annullato la propria presenza militare nel Nord della Siria, gli Stati Uniti hanno pochi strumenti per far rispettare le disposizioni dell’accordo al di là delle sanzioni economiche. “Sembra essere tutto fumo e specchi”, ha dichiarato Aaron Stein, il direttore del programma per il Medio Oriente presso il Foreign Policy Research Institute e autore del libro: “Nuova politica estera della Turchia”. “È tutto basato sul concetto immaginario che gli Stati Uniti abbiano voce in capitolo in un luogo in cui hanno ritirato i propri soldati”. “Qui gli Stati Uniti sono irrilevanti, gli Stati Uniti se ne sono andati”, ha aggiunto Stein.

I principali dubbi riguardano l’effettiva intenzione dei curdi di abbandonare l’area. Pence ha riferito ai giornalisti che gli Stati Uniti stavano già lavorando con i membri delle milizie curde, nonché con le forze di difesa siriane, per facilitare un “ritiro ordinato”. Tale processo, ha detto, era “letteralmente già iniziato”. Tuttavia, alcuni analisti, citati dal New York Times, hanno affermato che non è chiaro quanto l’accordo si dimostrerà efficace, dato che la maggior parte dei principali attori della Siria settentrionale – la leadership curda e i governi russo e siriano – non erano al tavolo dei negoziati, il 17 ottobre. Le decisioni relative alla Siria settentrionale non riguardano più “solo la Turchia e gli Stati Uniti”, ha affermato Sinan Ulgen, presidente del Center for Economics and Foreign Policy Studies, un gruppo di ricerca con sede a Istanbul. “Riguarda anche la Russia, il regime siriano e le YPG”, un’abbreviazione che indica la principale milizia curda nel Nord della Siria.

La notte del 17 ottobre, appena dopo l’annuncio dell’accordo USA-Turchia, uno dei leader militari curdi dell’area, Mazloum Abdi, ha affermato che le sue forze si sarebbero attenute al cessate il fuoco ma avrebbero lasciato solo la parte centrale della regione che la Turchia cerca di controllare, non le sezioni della terra di proprietà curda a Est e Ovest. “Nulla è stato discusso per le altre regioni”, ha dichiarato il generale in un’intervista con una stazione televisiva locale. “Le nostre forze rimangono lì”, ha aggiunto. “L’occupazione turca non continuerà allo stesso modo”, ha poi anticipato. Uno dei negoziatori statunitensi ha sottolineato che, anche se le forze curde siriane lasciassero le aree attualmente attaccate dalle truppe turche, non ci sarebbe niente che gli impedisce di ridistribuirsi in altre zone lungo il confine siriano che la Turchia vuole controllare. Quelle zone sono, di fatto, sotto la giurisdizione del regime siriano e dei suoi sostenitori russi, a cui la leadership curda si è rivolta per chiedere protezione, il 13 ottobre, dopo che le truppe americane avevano evacuato l’area e l’esercito turco stava avanzando.

James F. Jeffrey, inviato speciale del Dipartimento di Stato USA per la Siria, ha dichiarato che i combattenti curdi siriani sono stati consultati durante i negoziati e questi stessi avrebbero suggerito che la perdita del territorio sarebbe stata un’opzione migliore rispetto alla continua violenza e spargimento di sangue che l’avanzare delle truppe turche avrebbe portato. “Non c’è dubbio che l’YPG vorrebbe poter rimanere in queste aree”, ha dichiarato Jeffrey ai giornalisti che erano con lui sull’aereo del Dipartimento di Stato. “Tuttavia, secondo le nostre valutazioni, non hanno alcuna capacità militare di mantenere questi territori”. Ha poi aggiunto che i funzionari turchi “non hanno nessuna intenzione” di rimanere in Siria, una volta che i combattenti curdi si saranno ritirati dal territorio di confine. Tuttavia, le truppe turche mantengono già una presenza in altre parti della Siria settentrionale, dove non sembrano volersi ritirare, nonostante tali zone siano libere da minacce. Lo stesso Jeffrey ha riconosciuto tale fenomeno, secondo il New York Times.

Tuttavia, Washington si è mostrata entusiasta dell’accordo. “È un risultato incredibile”, ha dichiarato Trump il pomeriggio del 17 ottobre. Più tardi, durante una manifestazione a Dallas, il presidente ha difeso il proprio approccio alla questione dell’assalto turco contro il Nord della Siria e ha definito il proprio modo di agire come “amore duro”. “A volte li devi lasciar combattere”, ha affermato, “come due bambini in un sacco”. La discutibile vittoria diplomatica non è stata sufficiente a placare la condanna bipartisan del Congresso riguardo alle decisioni di Trump in Siria. “Siamo così deboli e inetti diplomaticamente che la Turchia ha forzato la mano degli Stati Uniti? La Turchia?”, ha dichiarato il senatore Mitt Romney. Altri oppositori del presidente USA hanno descritto l’accordo come la seconda umiliazione di Washington da parte di Erdogan in meno di un giorno. Il giorno stesso, il 17 ottobre, alcuni funzionari turchi avevano affermato che il presidente di Ankara aveva gettato nella spazzatura una controversa lettera di Trump, ironizzando sui suoi tentativi di prevenire l’invasione turca delle aree Nord-settentrionali della Siria.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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