Indonesia: arrestati 40 sospetti militanti jihadisti

Pubblicato il 18 ottobre 2019 alle 17:49 in Asia Indonesia

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L’unità anti-terrorismo dell’Indonesia ha arrestato 40 individui in 8 provincie del Paese, sospettati di fare parte di un’organizzazione terroristica. 

La squadra scelta è stata impegnata 24 ore su 24 per sradicare sospetti militanti islamici in vista della cerimonia di giuramento presidenziale, prevista per domenica 20 ottobre. All’evento parteciperanno leader asiatici e occidentali. Almeno 40 sospetti sono stati arrestati dalla squadra speciale antiterrorismo, nota come Densus 88. Tra questi, 4 individui sono stati arrestati giovedì 17 ottobre, secondo quanto ha riferito il portavoce della polizia nazionale, Dedi Prasetyo. Sei dei militanti arrestati, tra cui 1 donna, sono stati presentati durante una conferenza stampa, giovedì 17 ottobre. Gli individui erano vestiti con le divise arancioni della prigione ed erano strettamente controllati. La polizia non ha rivelato i nomi degli individui, ma ha mostrato gli oggetti sequestrati al gruppo: sostanze chimiche esplosive per la fabbricazione di bombe, coltelli, libri jihadisti, pistole ad aria compressa, fucili con silenziatori e mirini da cecchino. 

Un altro portavoce della polizia, Muhammad Iqbal, ha dichiarato, il 16 ottobre, che tra i sospetti c’erano 2 poliziotti che si sono radicalizzati e stavano preparando attentati suicidi. Gli arresti arrivano a seguito di un attacco, avvenuto il 10 ottobre, contro il ministro della Sicurezza dell’Indonesia, Wiranto, che attualmente si sta riprendendo dalle ferite riportate. Il presidente dell’Indonesia, Joko Widodo, che domenica 20 ottobre, presterà giuramento durante una cerimonia ufficiale a Jakarta, ha ordinato alle forze governative di dare la caccia alle reti responsabili dell’attacco. Tale evento si è verificato in un momento molto delicato per il Paese. Una serie di mobilitazioni sono scoppiate, a partire dal 19 agosto, a seguito dell’arresto di alcuni studenti di etnia papuana che vivevano a Surabaya e Malang, sull’isola di Giava. 

Gli studenti papuani erano stati accusati di aver gettato la bandiera indonesiana in una fogna. Da parte loro, i giovani hanno negato di aver compiuto tale gesto. Inoltre, alcune agenzie di stampa hanno riferito che i ragazzi sarebbero stati sottoposti ad abusi legati alla loro etnia. Secondo quanto riferito, sono stati chiamati “scimmie” dalle forze dell’ordine, mentre venivano radunati e portati via. Gli studenti sono stati rilasciati dalla polizia domenica 18 agosto. La provincia di Papua si trova nella regione indonesiana della Nuova Guinea Occidentale, insieme alla Papua Occidentale. Sebbene le due province si estendano sull’isola principale dello Stato della Papua Nuova Guinea, l’Indonesia considera il loro territorio come parte dello Stato nazionale.

Il 30 settembre, il ministro per la Sicurezza, Wiranto, aveva accusato il leader separatista, Benny Wenda, che si trova attualmente in asilo politico in Gran Bretagna, di aver guidato le proteste. Wenda era già stato ritenuto responsabile delle rivolte nella regione dal portavoce della polizia nazionale, Dedi Prasetyo, che aveva rilasciato tale dichiarazione il 9 settembre. La situazione, intanto, sta aumentando i livelli di violenza. Negli ultimi importanti scontri tra manifestanti e polizia, avvenuti il 23 settembre, almeno 37 persone sono morte e numerose sono rimaste ferite nelle città di Wamena e Jayapura. A Wamena, numerosi residenti terrorizzati sono state evacuati dopo quello che è stato il peggior giorno di sangue della Papua negli ultimi decenni. Il governo e alcuni attivisti sostengono che 25 dei 33 morti sarebbero, in realtà, emigrati in altre parti del Paese. Durante gli stessi scontri, numerosi edifici pubblici sono stati incendiati e 250 tra auto e motociclette sono state distrutte.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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