Erdogan e il cessate il fuoco

Pubblicato il 18 ottobre 2019 alle 21:53 in Il commento Turchia

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Erdogan ha accolto la richiesta di Trump per un cessate il fuoco di cinque giorni in modo da favorire il ritiro dei curdi dalle aree bombardate. Gli accordi prevedono che, una volta avvenuto il ritiro dei curdi dal nord della Siria, eliminando ogni possibilità di costruire uno Stato al confine con la Turchia, il cessate il fuoco sarà permanente. Molti si domandano se l’offensiva turca avrà realmente fine o se sia destinata a riprendere. Nessuno può fare previsioni certe in un’area instabile come la Siria, ma i motivi per essere ottimisti sono numerosi. Se infatti analizziamo l’accordo tra Trump e Erdogan, senza coinvolgimento emotivo, esso appare come una delle operazioni di maggior successo nel dominio delle relazioni internazionali all’interno del blocco occidentale. Cerchiamo di comprendere perché. 

In primo luogo, Erdogan sfiora l’“ottimo” politico e può esultare perché non nascerà alcuno Stato curdo. Nel comprendere la determinazione con cui è intervenuto, occorre sempre ricordare che la quasi totalità dei turchi non vuole uno Stato curdo sul proprio confine. Erdogan non ha fatto altro che dare seguito a ciò che milioni di turchi esigono da lui. In secondo luogo, l’accordo con Trump legittima Erdogan e gli attribuisce un ruolo decisivo, per tutto l’Occidente, nella ricostruzione futura della Siria. L’esercito turco è nel nord della Siria. Affinché la liberi le postazioni conquistate, Bassar al Assad dovrà trattare perché l’esercito turco è molto più forte di quello siriano. In terzo luogo, Erdogan ha accettato l’accordo perché gli consente, nello stesso tempo, di migliorare i rapporti con Trump e di confermare, ancora una volta, di essere uno dei capi di Stato più temuti e vittoriosi. L’elenco dei successi di Erdogan, in politica internazionale, è ormai talmente lungo da non poter essere elencato qui per motivi di spazio. In ultimo, la fine dei bombardamenti contro i curdi è destinata a sedare il furore anti-turco dell’Europa.

Chiariti gli interessi di Erdogan in favore dell’accordo, veniamo a quelli di Trump, il quale intende porre fine alle guerre americane senza scatenarne di nuove. Per riuscire in questa impresa, deve ritirare i propri soldati dalle aree in conflitto. Uno Stato curdo sarebbe talmente fragile da poter sopravvivere soltanto con una presenza permanente di soldati americani al proprio interno. Tanto più che un simile Stato sarebbe circondato da nemici. Occorre infatti sapere, come dimostra il caso del referendum per l’indipendenza dei curdi in Iraq del settembre 2017, che la nascita di uno Stato curdo è osteggiata, con la massima determinazione, anche da Iraq, Siria e Iran. Dunque, Trump non poteva più ambire al progetto di uno Stato curdo, che inizialmente aveva accarezzato, perché avrebbe precipitato l’esercito americano in un conflitto permanente. E così ha dovuto procedere in tre fasi per avvicinarsi all’“ottimo” politico. Nella prima fase, Trump ha dato luce verde all’intervento di Erdogan. Nella seconda, l’ha condannato minacciando di distruggere l’economia turca con le sanzioni. Nella terza fase, ha atteso che l’opinione pubblica occidentale fosse sopraffatta dall’emotività fino a chiedere disperatamente l’intervento del presidente degli Stati Uniti, l’uomo più potente del mondo, affinché fermasse Erdogan. Dopo avere aspettato che Erdogan conquistasse tutte le postazioni più importanti dei curdi, ha stretto l’accordo, con cui ha ottenuto tre risultati importanti. Il primo è che i soldati americani non stazioneranno per sempre nel nord della Siria perché non nascerà alcuno Stato curdo. Il secondo è che egli ha risposto alle invocazioni dell’opinione pubblica occidentale schierata con i curdi, di cui adesso Trump appare come il “salvatore”. Il terzo risultato è che ha dato una svolta positiva alle sue relazioni con la Turchia, che ospita, a Incirlik, una base americana di enorme importanza strategica per Washington e l’Europa. Trump ha pubblicato un tweet, in cui loda Erdogan per la sua generosità e intelligenza politica. È grazie a Erdogan, ha detto Trump, se migliaia di curdi avranno salva la vita. L’accordo pone anche il governo italiano in una posizione felice. Luigi Di Maio non dovrà più sentirsi obbligato a interrompere la fornitura di armi alla Turchia, in un momento delicato per Roma. Il governo di Tripoli in Libia, sostenuto politicamente dal governo italiano, resiste all’assedio del generale Haftar grazie all’aiuto militare della Turchia.

Articolo apparso sul “Messaggero”, per gentile concessione. 

Alessandro Orsini

di Redazione

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