Sudan: colloqui di pace tra governo e ribelli procedono con discontinuità

Pubblicato il 17 ottobre 2019 alle 11:19 in Africa Sudan

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I colloqui di pace tra i principali gruppi ribelli del Sudan e il governo di Khartoum hanno subito una battuta d’arresto, mercoledì 16 ottobre, quando il Movimento di Liberazione del Popolo sudanese-Nord ha affermato che non siederà al tavolo dei negoziati fino a quando le sue richieste non saranno soddisfatte. L’SPLM-N è una formazione attiva negli Stati regionali del Nilo Azzurro e del Kordofan meridionale e più volte ha accusato le Forze di Supporto Rapido, la più potente milizia paramilitare sudanese, di occupare nuove aree e di attaccare e arrestare i residenti locali.

In una conferenza stampa a Juba, Ammar Amoun, capo negoziatore della SPLM-N, ha dichiarato che le condizioni alle quali il suo gruppo sarebbe disposto a tornare al tavolo dei negoziati includono il rilascio di tutti i prigionieri, il ritiro delle forze governative dalle aree che hanno catturato e la fine delle ostilità. “Se il governo considera tutte queste richieste, siamo pronti a tornare al tavolo con l’impegno che abbiamo dichiarato durante la Dichiarazione di Juba”, ha detto Amoun. Le autorità di Khartoum, benché neghino tutte le accuse, hanno assicurato che indagheranno sui fatti. “Il governo è scioccato”, ha detto il portavoce dell’esecutivo sudanese, Mohammed Hassan Eltaishi. “Siamo pronti a indagare su coloro che stanno dietro agli attacchi e agli arresti e li consegneremo alla giustizia. Questo incidente non dovrebbe costituire un grosso ostacolo ai negoziati di pace”, ha aggiunto.

Il Consiglio di transizione sudanese e i leader dei gruppi ribelli hanno ripreso i colloqui di pace, lunedì 14 ottobre, per porre fine ai molteplici conflitti nel Paese, una condizione chiave per la rimozione del Sudan dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo. Tale designazione impedisce alla nazione africana di risollevare la sua economia ricorrendo ai finanziamenti di istituzioni internazionali di credito come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale. La rimozione dall’elenco aprirebbe potenzialmente le porte anche agli investimenti stranieri.

Uno dei compiti principali del governo di transizione, durante i primi 6 mesi del suo operato, è proprio la definizione di un piano pacificatore mirato a sedare i conflitti tra i gruppi armati attivi nella parte meridionale e nord-occidentale del Paese. Due importanti punti di dibattito sono poi il ruolo del Servizio di Intelligence Generale del Paese e quello delle Forze di Supporto Rapido (RSF). In base alla bozza della dichiarazione, i servizi segreti riporteranno direttamente al gabinetto di governo e al consiglio sovrano, organo che governerà il Paese nel periodo di transizione, mentre le RSF ricadranno nella giurisdizione del commando generale delle forze armate. I manifestanti hanno altresì ottenuto l’istituzione di una commissione d’inchiesta nazionale indipendente che indagherà sulla violenta repressione delle proteste in tutto il Paese, dopo la rimozione dell’ex presidente, Omar al-Bashir, l’11 aprile. Nello specifico ci sarà una “inchiesta trasparente e indipendente” sui fatti del 3 giugno nella capitale, Khartoum, che hanno causato la morte di più di 100 individui. 

Le manifestazioni in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento del presidente al-Bashir.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir. Il nuovo governo di transizione, nato il 7 settembre dall’ accordo di condivisione dei poteri tra la fazione civile e quella militare del Sudan, ha espresso tutto il suo impegno nel cercare di risolvere le dispute che interessano soprattutto le zone del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan meridionale. Hamdok ha ribadito anche in prima persona quest’intenzione e ha sottolineato che una ridotta spesa militare, favorita dal ripristino della pace, potrebbe altresì stabilizzare l’economia del Paese, attualmente in sofferenza.

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Chiara Gentili

di Redazione

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