“Fonte di pace”, l’operazione continua

Pubblicato il 17 ottobre 2019 alle 11:49 in Siria Turchia

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Stando agli ultimi aggiornamenti, del 17 ottobre, le forze dell’esercito turco e quelle siriane ad esso affiliate hanno circondato la città di Ras al-Ayn, situata nell’area rurale di al-Hasakah, dopo aver preso il controllo di nuove postazioni. Allo stesso tempo, le forze del regime siriano sono entrate nella città di Ayn al-Arab, altresì nota con il nome di Kobane, come da accordi con le Syrian Democratic Forces (SDF).

In particolare, un corrispondente di al-Jazeera ha riferito che sono 14 i villaggi occupati dall’esercito di Ankara e dai propri alleati, presso gli assi di combattimento di Tell Abyad e Ras al-Ayn, entrambe situate nel Nord della Siria. Non da ultimo, fonti locali hanno affermato che le SDF sono impegnate in violenti scontri con l’Esercito Nazionale Siriano, un gruppo militare fedele al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Ciò fa pensare ad una possibile irruzione al villaggio di Shirkrak, situato sull’asse di Ayn Issa, nell’area rurale di Hasakah.

Nel frattempo, nell’area circostante a Manbij, nella zona rurale di Aleppo, la situazione sembra essere caratterizzata da una relativa calma. A tal proposito, il corrispondente di al-Jazeera ha riportato che gli scontri tra le due fazioni si sono momentaneamente interrotti, dopo un giorno dal lancio di un attacco militare.

Pertanto, il quadro attuale vede le truppe turche che continuano ad avanzare verso Sud, nel territorio siriano, mentre i curdi hanno invitato il regime siriano, con a capo il presidente Bashar al-Assad, sostenuto dalla Russia, a far avanzare le proprie forze da Sud e da Ovest. Lo scenario include, poi, più di 10.000 combattenti dell’ISIS, detenuti nelle carceri dell’area. Alcuni di loro sono stranieri ma i governi occidentali, come riportato da al-Jazeera, si rifiutano di farli rimpatriare. A questi si aggiungono altresì le decine di migliaia di membri delle famiglie dei militanti jihadisti, che vivono negli accampamenti circostanti.

“Fonte di pace” ha avuto inizio il 9 ottobre scorso ed è promossa dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che mira a contrastare le milizie curde presenti in Siria. Queste, a detta di Ankara, rappresentano una minaccia per l’integrità territoriale siriana. In particolare, l’obiettivo dell’operazione è porre fine ad un “corridoio terroristico”. Inoltre, secondo funzionari turchi, il fine è altresì creare una zona sicura che si estende dal fiume Eufrate a Ovest, fino alle città di Jarabulus e al-Malikiyah, nell’estremo Nord della Siria, con una lunghezza pari a circa 450 chilometri.

A tal proposito, il vicepresidente della Turchia, Fuat Oktay, ha affermato che si tratta di un’area in cui i 3.6 milioni di rifugiati siriani potranno ritornare, per vivere in pace e sicurezza nelle proprie abitazioni. Un funzionario turco ha poi dichiarato che l’operazione è stata, sino ad ora, svolta in modo rapido e con successo, aggiungendo che la prima fase sarà completata entro il 13 novembre, data dell’incontro tra Erdogan ed il capo della Casa Bianca, Donald Trump, a Washington.

Le SDF, guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), sono state il principale alleato degli Stati Uniti in Siria, e, negli ultimi anni, hanno ampliato il proprio controllo nelle zone settentrionali ed orientali, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia descrive le forze curde una “organizzazione terroristica” legata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

Al-Jazeera ha evidenziato che il ritiro delle truppe statunitensi, di martedì 15 ottobre, ha rappresentato un momento cruciale per Bashar al-Assad, restituendogli la possibilità di rimettere piede in un’area del Paese che aveva precedentemente perso. Si tratta di una regione con risorse petrolifere, agricole e idriche, che ospita altresì una diga utilizzata per generare elettricità. Elementi di cui il regime potrebbe beneficiare, viste le difficoltà da affrontare anche a causa del perdurante conflitto in Siria, che ha avuto inizio il 15 marzo 2011.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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