Il premier dell’Etiopia riceve il Nobel

Pubblicato il 16 ottobre 2019 alle 6:19 in Etiopia Il commento

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Aby Ahmed, premier dell’Etiopia, ha ricevuto il Nobel alla pace perché incarna il sogno liberale che un solo uomo possa trasformare una dittatura in una democrazia nel rispetto dei diritti umani. La lista dei meriti elencati dal comitato che gli ha conferito il premio è lunga. Ahmed ha posto fine alla guerra con l’Eritrea e allo stato d’emergenza che soffocava le libertà individuali. Ha concesso l’amnistia a migliaia di prigionieri politici, ha sospeso la censura sui media e ha anche accresciuto il ruolo delle donne nella vita pubblica. Non ultimo, ha promesso che le risorse saranno distribuite non più in base alla fedeltà verso il governo, ma in base al principio che tutti gli etiopi hanno eguale diritto a una vita dignitosa. Tuttavia, non è detto che il processo di democratizzazione avrà successo. Nella società etiope covano forze mortifere che potrebbero ricondurre il Paese al suo passato autoritario. Lo stesso Ahmed è già scampato a un tentativo di assassinarlo: il 23 giugno 2018 una bomba, tra la folla di Addis Abeba, ha ucciso due persone ferendone più di cento. Ecco perché i critici affermano che il Nobel alla pace gli è stato assegnato con troppo anticipo. A riconoscerlo è stata la stessa presidente del comitato norvegese, Berit Reiss-Andersen, la quale ha spiegato che il premio rappresenta più un incoraggiamento a fare meglio che un riconoscimento per ciò che è stato fatto bene.

L’uso del premio Nobel per la pace, per influenzare la politica internazionale, è in uso da tempo e Obama ne beneficiò pochi mesi dopo essersi insediato alla Casa Bianca. Purtroppo, Obama non rappresenta un precedente di successo. Obama bombardò Gheddafi nel 2011, svolgendo un ruolo fondamentale nella trasformazione della Libia in un inferno. Obama tradì il premio ricevuto in una seconda occasione, sempre nel 2011. Il 15 marzo scoppiava la rivolta in Siria che fu poi alimentata dall’esterno da una coalizione di Paesi, guidata proprio da Obama, che ambiva al rovesciamento di Bassar al Assad per sostituirlo con un presidente filo-americano. Così facendo, Obama e i suoi alleati costrinsero Putin a intervenire per proteggere le basi militari che la Russia possiede da decenni sulla costa della Siria. Obama fu sempre contrario a ipotesi di pace con Assad e, dunque, di accordi con Putin. Il suo atteggiamento fu oltranzista. Obama sosteneva che la guerra sarebbe dovuta andare avanti fino a quando Assad non avesse rassegnato le dimissioni. Il problema è che questa richiesta era la negazione di ogni ipotesi di pace a causa dei rapporti di forza, troppo favorevoli a Putin, per almeno due ragioni. La prima è che Putin poteva inviare l’esercito in Siria nel rispetto del diritto internazionale, visto che il suo intervento era stato richiesto dal governo di Damasco. La seconda è che l’Iran e le milizie sciite di Hezbollah si unirono ai russi, creando una coalizione troppo potente. Quanto alla guerra in Afghanistan, proseguì sotto Obama, il quale vide scoppiare anche la guerra in Yemen, voluta dall’Arabia Saudita che, sempre da Obama, ricevette forniture militari per cifre impressionanti. Le date non lasciano scampo. Obama tenne il suo ultimo discorso in favore della pace all’assemblea generale delle Nazioni Uniti a New York, il 20 settembre 2016,. Il giorno dopo, il Senato americano s’infuocava intorno alla decisione di vendere armi all’Arabia Saudita per un valore di 1,5 miliardi di dollari, inclusi 150 carri armati Abrams, spaventose macchine di morte cingolate. Ed è niente perché, alla data del settembre 2016, Obama aveva già venduto armi per 100 miliardi di dollari ai sauditi, che avevano iniziato i bombardamenti contro le milizie sciite degli Houthi in Yemen nel marzo 2015: dati forniti dal comando centrale degli Stati Uniti. Obama era stretto in una morsa. Essendo il promotore degli accordi con l’Iran, era accusato dai Paesi del Golfo di averli abbandonati. L’Arabia Saudita affermava che l’Iran, nemico acerrimo, arricchendosi con il ritiro delle sanzioni, avrebbe reso più potente il proprio esercito, e Obama concesse le armi per difendersi dall’accusa di “tradimento”. La sociologia, basandosi sull’osservazione della realtà, non lascia scampo alla retorica: Obama si professò pacifista, ma oggi sarebbe difficile giustificare quel Nobel. L’augurio è che Ahmed possa fare meglio affinché gli storici non debbano giudicare troppo “frettoloso” anche questo premio (riprodotto per gentile concessione de “il Messaggero”).

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di Alessandro Orsini

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