L’Isis tornerà a causa dei bombardamenti di Erdogan in Siria?

Pubblicato il 16 ottobre 2019 alle 6:08 in Il commento Siria

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Molti temono il ritorno dell’Isis a causa della campagna militare di Erdogan nel nord della Siria. I rischi, relativi al terrorismo, sono due e devono essere distinti. Il primo, irreale, è che risorga lo Stato Islamico. L’Isis, inteso come organizzazione proto-statuale, che ha un esercito e governa su un ampio territorio, non può tornare perché la sua costituzione è legata a una serie di condizioni storiche e politiche che oggi non esistono più. In primo luogo, lo Stato Islamico nacque perché si verificò il collasso di ben due Stati: quello iraqeno e quello siriano. I jihadisti sono sempre deboli e non possono mai competere con un esercito regolare, a meno che questo non vada incontro a un processo di disfacimento. Gli Stati dispongono di carri armati, aerei, missili, navi da guerra ed eserciti equipaggiati. I jihadisti, quando sono ben armati, dispongono soltanto di fucili e cinture esplosive. L’Isis sorse in Libia perché lo Stato libico era collassato con la fine del regime di Gheddafi. Allo stesso modo, al Qaeda riuscì a conquistare alcune città in Yemen perché lo Stato centrale non esisteva più a causa dello scoppio della guerra civile e l’inizio dei bombardamenti dell’Arabia Saudita nel marzo 2015.

Come ho documentato nei miei libri sull’Isis per Rizzoli, nel 2014, i soldati iraqeni si ritiravano senza combattere, abbandonando città e postazioni agli uomini di al Baghdadi. L’Iraq e la Siria, oggi, continuano a essere due Stati deboli, ma non così sprovveduti da consentire che lo Stato Islamico si ricostituisca. Occorre inoltre aggiungere che gli Stati che hanno pagato un prezzo alto per sconfiggere l’Isis, e cioè Iran e Russia, hanno acquisito un’influenza su Iraq e Siria che prima non avevano e che di certo non intendono perdere in favore di al Baghdadi. In secondo luogo, lo Stato Islamico si costituì perché non trovò oppositori internazionali. Gli Stati Uniti e la Russia, anziché allearsi contro i jihadisti, si combatterono tra loro. Obama era molto più interessato a rovesciare Bassar al Assad che a prevenire la formazione dello Stato Islamico. Un discorso analogo vale per Putin, preoccupato, in primo luogo, di difendere Assad e le sue basi militari sulla costa siriana. La rivalità tra il blocco guidato da Obama e quello guidato da Putin fece perdere moltissimo tempo, che al Baghdadi utilizzò per accomodarsi. Tant’è vero che Putin inviò i soldati russi a combattere contro l’Isis in Siria soltanto il 30 settembre 2015 e cioè più di un anno dopo la proclamazione dello Stato Islamico, che risale al 29 giugno 2014. Troppo tardi.

La situazione che si sta creando con l’operazione militare di Erdogan contro i curdi non può creare, di per sé, le condizioni che favorirono la fondazione dello Stato Islamico nel 2014. Tuttavia, accanto ai pericoli irreali, ci sono quelli reali. La fuga di migliaia di jihadisti dalle carceri curde deve preoccupare. Molti di questi miliziani cercheranno di tornare dalle famiglie senza più alcuna voglia di combattere dopo tante sconfitte e patimenti. Altri, invece, torneranno ad arruolarsi o per convinzione ideologica o per mancanza di alternative a una vita miserabile. Questi jihadisti in fuga dalle carceri rappresentano un pericolo anche per la sicurezza delle città europee, dove la quasi totalità degli attentati in nome dell’Isis, tra il 2015 e il 2018, è stata realizzata da lupi solitari e non da gruppi organizzati o da cellule con alle spalle i capi dell’Isis. In sintesi, la costituzione di gruppi organizzati legati all’Isis o ad al Qaeda può essere prevenuta efficacemente soltanto da Stati forti e stabili. Il problema è che la Siria e l’Iraq non possono diventare tali a causa delle tensioni internazionali da cui sono afflitti. La Siria continua a essere uno Stato debole perché la Russia e gli Stati Uniti continuano a scaricare le loro tensioni su quel Paese martoriato. Si ricordi che il primo atto di Trump, in politica internazionale, fu quello di bombardare la Siria, il 7 aprile 2017. Non pago, condusse un secondo bombardamento contro Damasco, il 14 aprile 2018. Quanto all’Iraq, è alleato sia degli Stati Uniti sia dell’Iran, e questo è causa di destabilizzazione permanente (riprodotto per gentile concessione de “Il Messaggero”).

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di Alessandro Orsini

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