Libia: il governo tripolino risponde con l’operazione “Martiri di al-Fornaj”

Pubblicato il 16 ottobre 2019 alle 17:30 in Africa Libia

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Le forze del governo di Tripoli hanno lanciato un attacco ad ampio raggio su diversi assi di combattimento nel Sud della capitale Tripoli. Questo si inserisce nell’operazione intitolata “Martiri di al-Fornaj” e che ha preso avvio il 15 ottobre.

In particolare, l’obiettivo delle forze di Tripoli è contrastare l’avanzata dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, verso le periferie della capitale. Inoltre, l’operazione giunge in risposta all’attacco condotto dal generale il 14 ottobre scorso, quando un raid aereo ha colpito un’abitazione civile situata nel Sud di Tripoli, causando la morte di 3 bambine. Secondo il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, tale raid era in realtà diretto contro la sala operativa dell’intelligence di al-Fornaj. Il portavoce ha, pertanto, evidenziato che l’attacco non era mirato contro civili ma ha causato ingenti perdite anche in termini materiali.

Secondo quanto riferito dal portavoce dell’esercito del governo di Tripoli, Mohamed Aknoun, il 16 ottobre le forze aeree tripoline hanno condotto sei sortite, che si sono aggiunte agli scontri tra le forze di Haftar e quelle tripoline, nel Sud della capitale. A detta di altre fonti tripoline, inoltre, a partire dalla mattina del 15 ottobre violente battaglie si sono verificate tra le due fazioni, consentendo all’esercito di Tripoli di avanzare verso il fronte di Khallalat, Khalit al-Furjan e Al-Maher, nei pressi di Yarmouk Camp, nel Sud della capitale. Nuove postazioni sono state poi conquistate ad al-Khala e Ain Zara. A seguito di 4 attacchi aerei, inoltre, 6 veicoli militari dell’LNA sono stati distrutti. A detta delle fonti, questi provenivano dagli Emirati Arabi Uniti.

È del 15 ottobre l’intervista rilasciata da Haftar, in cui il generale ha dichiarato che il futuro della Libia dipende dal futuro di Tripoli e che ciò che sta facendo è difenderlo e non attaccarlo. Nella medesima occasione, il capo dell’LNA ha affermato che la proliferazione di armi e milizie nella capitale rimane una delle questioni più importanti che richiede un trattamento radicale urgente. “Ciò che stiamo facendo a livello diplomatico è convincere il mondo che la soluzione politica deve essere preceduta da un’operazione chirurgica che porti allo smantellamento e al disarmo delle milizie, oltre che a porre fine al terrorismo” sono state le sue parole.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Nelle ultime settimane, Haftar aveva intensificato le proprie offensive sia via aerea sia via terra, nel quadro di una violenta campagna inaspritasi a partire dal 21 settembre, e che fa seguito a quella intrapresa il 4 aprile scorso, volta a prendere il controllo della capitale Tripoli. Tuttavia, fino ad ora, l’LNA non è riuscito a superare le mura di Tripoli. L’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile, rappresenta la risposta del governo tripolino, e mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA.

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’ultima ondata di violenti combattimenti tra le due fazioni, che ha avuto inizio il 4 aprile, ha causato la morte di 1093 persone, tra cui anche civili, ed il ferimento di altri 5762. Stando alle cifre Onu, sono, invece, 120.000 gli sfollati causati dal conflitto.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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