I foreign fighter dell’ISIS preoccupano l’Europa

Pubblicato il 14 ottobre 2019 alle 12:25 in Europa Medio Oriente

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Secondo quanto rivelato dal quotidiano arabo al-Arabiya, i Paesi europei si stanno adoperando per attuare un piano che prevede il trasferimento di migliaia di foreign fighter fedeli allo Stato Islamico dalla Siria all’Iraq.

In particolare, si tratta di estremisti situati nei campi di detenzione in Siria e che, alla luce delle nuove battaglie, rappresentano una minaccia per l’Europa.  La preoccupazione è che tali combattenti possano fuggire dalle aree in cui si trovano attualmente o ritornare nei propri Paesi. A tal proposito, è stato riportato che un quinto dei foreign fighter in Siria sono europei. Circa 10.000 sono detenuti dalle Syrian Democratic Force (SDF) a guida curda, principale bersaglio dell’operazione “Fonte di pace” intrapresa da Ankara il 9 ottobre scorso.

Tale problematica sarebbe sorta quando le SDF hanno reso noto che il proprio controllo alle prigioni dell’ISIS non rappresenta più una loro priorità, a causa dell’intensificarsi del conflitto nel Nord della Siria contro l’esercito turco. A tal proposito, è del 13 ottobre la notizia della fuga di circa 100 persone, donne imparentate o affiliate allo Stato Islamico con i loro figli, da un campo adibito a prigione e sorvegliato dalle forze di sicurezza curde siriane nel Nord del Paese.

Ancor prima dell’inizio dell’offensiva turca, i Paesi europei stavano valutando un meccanismo con cui trasferire i combattenti stranieri dalla Siria all’Iraq, in modo che questi potessero essere processati, a seguito delle accuse di crimini di guerra. Dal canto suo, l’Europa non desidera avviare processi contro i connazionali affiliati all’ISIS nel proprio territorio, in quanto teme che ciò possa provocare rabbia tra i cittadini europei. A ciò si aggiunge la preoccupazione di attacchi da parte degli estremisti e le eventuali difficoltà che la magistratura potrebbe riscontrare nel ricavare prove adeguate.

A detta di fonti diplomatiche e governative, l’attacco turco nel Nord della Siria ha spinto i Paesi europei ad accelerare i negoziati riguardanti il fenomeno dei foreign fighters. In particolare, sono sei i Paesi, tra cui Francia, Germania e Gran Bretagna, luogo di origine di gran parte dei combattenti detenuti nelle carceri curde, che hanno preso in esame l’idea di costituire un tribunale congiunto, formato da giudici sia internazionali sia iracheni. Tuttavia, istituire un tribunale internazionale, a detta delle fonti, potrebbe richiedere tempo e non incontrare l’accordo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il governo di Baghdad, dal canto suo, ha richiesto milioni di dollari in cambio dell’accoglienza dei foreign fighter europei. Al momento, le negoziazioni sono ancora in corso ma le parti europee si sono dette determinate a profondere maggiori sforzi, alla luce dell’offensiva di Ankara.

I campi controllati dai combattenti curdi nella Siria Nord-orientale ospitano decine di migliaia di famiglie di membri dell’ISIS, tra cui 12.000 stranieri, 4.000 donne e 8.000 bambini. A questi si aggiungono centinaia di militanti dell’ISIS siriani e stranieri, anch’essi detenuti in prigione dopo aver giurato fedeltà allo Stato Islamico. Gli arresti hanno fatto seguito alle sconfitte subite negli ultimi anni dall’organizzazione terroristica, ad opera delle SDF, sostenute dalla coalizione internazionale a guida statunitense. Le SDF, sabato 23 marzo 2019, hanno ufficialmente riconquistato Baghouz, ponendo fine al califfato jihadista. La liberazione di tale roccaforte ha rappresentato un evento decisivo nella lotta contro i terroristi i quali, tuttavia, secondo noti ufficiali occidentali, continueranno a porre una grave minaccia.

In Iraq, la vittoria sull’ISIS è stata proclamata il 9 dicembre 2017.  Il governo iracheno non ha fornito dati ufficiali su centri di detenzione o prigioni, ma alcuni studi hanno suggerito la presenza di 20.000 detenuti, sospettati di avere legami con il gruppo terroristico. Dal 2018, la magistratura irachena ha condannato più di 500 uomini e donne stranieri condannati per appartenenza all’organizzazione. Alcuni sono stati condannati a morte ma finora nessuno degli stranieri è stato giustiziato.

Quello del 13 ottobre non è il primo fenomeno di agitazione nelle carceri dei prigionieri dell’ISIS. Già in precedenza, nella notte tra sabato 11 e domenica 12 ottobre, un’autobomba era esplosa in una prigione in cui sono detenuti alcuni militanti dello Stato Islamico, nella città di Hasaka, nella Siria Nord-orientale. Inoltre, venerdì 10 ottobre, i membri delle SDF avevano reso noto che 5 militanti dello Stato Islamico erano riusciti ad evadere da un carcere situato a Qamishli, dopo l’esplosione di un ordigno turco nei dintorni. Nella medesima giornata, e nella stessa regione siriana, alcune donne affiliate all’organizzazione terroristica avevano attaccato ufficiali di sicurezza con pietre e bastoni, durante violente agitazioni verificatesi presso un campo di detenzione.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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