ONU: più di 100.000 gli sfollati a causa dei combattimenti in Siria, si prevede aumento

Pubblicato il 13 ottobre 2019 alle 6:35 in Siria Turchia

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Decine di migliaia di civili stanno abbandonando le proprie case nelle zone di combattimento siriane dopo l’escalation del conflitto nelle regioni nordorientali. È quanto ha riferito l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR, invitando le parti coinvolte negli scontri a rispettare il diritto internazionale umanitario. “I civili e le infrastrutture civili non devono essere colpite”, ha dichiarato l’Alto commissario dell’ONU per i rifugiati, Filippo Grandi. L’Osservatorio siriano per i Diritti Umani (SOHR) ha reso noto che sono circa 130.000 i siriani che hanno lasciato le proprie abitazioni nelle ultime 36 ore, fuggendo dalle zone dove è in corso l’offensiva turca contro le milizie curde. In particolare, i civili stanno scappando dalle aree di Darbasiye e Ras al Ayn, nel Nord-Est del Paese. Gli sfollati stanno procedendo verso Sud, in direzione della città di Al-Hasaka.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato, giovedì 10 ottobre, che se l’Unione Europea continuerà ad accusare la Turchia di “occupazione” della Siria e ad opporsi alla sua operazione militare, aprirà le porte a 3,6 milioni di rifugiati e li manderà tutti in Europa. I commenti di Erdogan sono arrivati durante un discorso rivolto ai leader provinciali del suo partito, l’AKP. Secondo gli ultimi aggiornamenti, Ankara ha preso il controllo di 15 villaggi nel Nord-Est della Siria e ha circondato due città di tale area. In particolare, ha riferito un portavoce dell’opposizione armata siriana, l’esercito turco e le fazioni di opposizione siriana hanno circondato le città di Tell-Abyad e Ras al Ayn, situate al confine siro-turco, oltre ad assediare i villaggi di Bir Ashik e Hamidyah, giungendo a circa 8 km all’interno dei territori siriani. Il bilancio delle vittime causate dall’operazione militare comprende, sino ad ora, circa 300 combattenti delle unità di Protezione popolare curde (YPG). I civili uccisi, secondo quanto dichiarato dalle Syrian Democratic Forces curde (SDF), sarebbero più di 10.

Dalbr Jomma Issa, comandante delle unità di protezione delle donne curde dell’YPG a Rojava, nel Nord-Est della Siria, ha parlato in Italia, in conferenza stampa alla Camera, e ha detto che la Turchia sta attaccando la regione dei curdi “non da sola ma insieme ai jihadisti”. “Ci chiediamo come un Paese della NATO possa attaccare, con i jihadisti, la coalizione che ha combattuto l’ISIS. La Turchia potrebbe facilmente commettere un genocidio, uccidere tutti, bombardare tutti. Chiediamo alla comunità internazionale di fermare gli attacchi e creare una zona cuscinetto in Siria”, ha dichiarato Issa. “La Turchia dice che attacca le zone militari, ma noi abbiamo foto che mostrano come i soldati turchi non si preoccupino dei civili, uccidono tutti”, ha aggiunto la comandante mostrando alcune immagini stampate. A margine della conferenza stampa, Issa ha detto che le forze curde hanno avuto notizie giovedì di “un villaggio bombardato dai turchi in cui sono state uccise molte, molte famiglie”.

“Fonte di pace” è un’operazione promossa, il 9 ottobre, dal presidente turco Erdogan, che mira a contrastare le milizie curde siriane. Queste, a detta di Ankara, rappresentano una minaccia per l’integrità territoriale della Siria. In particolare, l’obiettivo dell’operazione è porre fine ad un “corridoio terroristico”. Inoltre, secondo funzionari turchi, il fine è altresì creare una zona sicura che si estende dal fiume Eufrate a Ovest, fino alle città di Jarabulus e al-Malikiyah, nell’estremo Nord della Siria, con una lunghezza pari a circa 450 chilometri. A tal proposito, il vicepresidente della Turchia, Fuat Oktay, ha affermato si tratta di un’area in cui i 3.6 milioni di rifugiati siriani potranno ritornare, per vivere in pace e sicurezza nelle proprie abitazioni.

Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), sono state il principale alleato degli Stati Uniti in Siria e negli ultimi anni hanno ampliato il proprio controllo nella Siria settentrionale e orientale, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia considera le forze curde una “organizzazione terroristica” legata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara.

A fianco dell’esercito turco vi sono, poi, le milizie della cosiddetta Turkish- backed Free Syrian Army (TFSA), nota altresì come Esercito Nazionale Siriano. Si tratta di un gruppo militare costituitosi il 30 dicembre 2017, formato da arabi siriani e turkmeni siriani, attivi nel Nord-Est della Siria e cooptati da Ankara anche precedentemente, con l’obiettivo di creare la cosiddetta “free zone” e contrastare le SDF. Sono circa 18.000 i combattenti di tale fazione addestrati e finanziati dalla Turchia che, negli ultimi anni, hanno combattuto contro le forze del regime siriano, prendendo parte anche agli scontri a Idlib, nel Nord-Ovest della Siria.

L’operazione di Erdogan è stata duramente condannata a livello internazionale, anche da alcuni Paesi del mondo arabo. Non da ultimo, il 10 ottobre, si è tenuta una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con l’obiettivo di cercare una strada diplomatica che possa porre fine all’iniziativa turca.

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Chiara Gentili

di Redazione

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