Iraq: Human Rights Watch denuncia uso “eccessivo e inutile” della forza

Pubblicato il 13 ottobre 2019 alle 6:12 in Iraq Medio Oriente

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L’organizzazione umanitaria Human Rights Watch ha denunciato l’uso “eccessivo e non necessario della forza letale” da parte degli agenti di sicurezza iracheni coinvolti nella repressione delle proteste che infiammano il Paese dall’1 ottobre. Ad oggi, il bilancio delle vittime causate dagli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza è di circa 121 morti. In un rapporto pubblicato dalla ONG, gli agenti di polizia sono accusati di aver attaccato i manifestanti in fuga, di aver sparato contro di loro proiettili veri e di aver utilizzato cannoni ad acqua bollente per disperderli. Human Rights Watch ha dunque invitato le autorità di Baghdad ad indagare sulla vicenda e, ove necessario, ad incriminare i membri delle forze armate responsabili del violento giro di vite compiuto sulla capitale e su altre città del Paese. “Per più di un decennio, i governi iracheni hanno dichiarato che avrebbero indagato sugli abusi delle forze di sicurezza, ma non l’hanno mai fatto”, ha chiarito Sarah Leah Whitson, direttore del Medio Oriente di Human Rights Watch. “L’uccisione di più di 100 manifestanti richiede un’indagine trasparente che si traduca in sentenze pubbliche e pene severe per gli abusi”.

Migliaia di manifestanti, soprattutto giovani, hanno protestato nei giorni scorsi, oltre che per il malfunzionamento di governo e servizi, anche per la corruzione dilagante, la disoccupazione e la mancanza di opportunità. Le dimostrazioni, per lo più spontanee, sono giunte in un momento critico della vita politica irachena, incastrata nelle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran, entrambi alleati del governo di Baghdad. Le proteste sono iniziate nella capitale ma rapidamente si sono diffuse nelle regioni sciite del Sud, arrivando a interessare le città di Bassora, Najaf, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. Nel tentativo di frenare le rivolte, il governo aveva imposto un coprifuoco di 24 ore e bloccato per giorni le connessioni internet. “Sebbene nel quadro della sicurezza nazionale ci sia una base legittima che giustifica alcune restrizioni alla libertà di espressione, tali restrizioni devono essere necessarie e proporzionate al problema di sicurezza specifico che va affrontato”, ha affermato HRW. Fonti mediche irachene hanno confermato la morte di 121 persone, tra cui 23 vittime di età inferiore ai 20 anni, mentre il Ministero degli Interni ha dichiarato che otto dei morti e 1.200 dei feriti erano membri delle forze di sicurezza. In totale, i feriti ammontano a circa 6543. L’ONG ha infine denunciato l’interferenza delle autorità nell’ambito dei media e delle telecomunicazioni, ricordando al governo l’obbligo di garantire, ai sensi del diritto internazionale, la libertà di parola e di riunione a tutti gli organi e agli individui. Diverse emittenti televisive locali hanno riferito di essere state minacciate e, durante le incursioni notturne di uomini armati in uniforme, è stato spesso imposto loro di interrompere le trasmissioni.

Lunedì 7 ottobre, l’esercito iracheno aveva pubblicato una dichiarazione ufficiale in cui riconosceva per la prima volta dall’inizio delle proteste che era stato esercitato un “uso eccessivo della forza”. “È stata utilizzata una forza eccessiva al di fuori dei limiti legittimi e abbiamo iniziato a indagare su quegli ufficiali comandanti che hanno consentito questi gesti errati”, ha ammesso l’esercito.

Da parte sua, il presidente Barham Salih, in un discorso tenutosi sempre il 7 ottobre, dopo una settimana di proteste, ha affermato che le richieste dei cittadini iracheni scesi in piazza sono al centro delle responsabilità del governo di Baghdad e che nessun regime potrà essere ritenuto legittimo se non sarà in grado di soddisfarle. Salih ha proposto un’iniziativa composta da diversi punti, tra cui l’apertura di indagini sulle operazioni di violenza che hanno accompagnato le manifestazioni, con l’obiettivo di individuare i reali responsabili. Inoltre, il capo di Stato iracheno ha invitato alla formazione di una commissione di esperti indipendenti che si consulteranno con il resto della società, manifestanti compresi, con l’obiettivo di individuare i difetti e le problematiche del Paese e procedere, poi, con le riforme volte a porvi rimedio. Altre proposte avanzate da Salih riguardano l’allocazione di fondi per aiutare poveri e disoccupati e il ritorno in servizio di coloro che erano stati licenziati dall’esercito e dalla polizia. Tuttavia, tale primo “pacchetto” non è riuscito ad assorbire la rabbia dei manifestanti e diversi esperti ritengono che tali decisioni siano difficili da mettere in atto, soprattutto alla luce della crisi finanziaria del Paese e del deficit di bilancio previsto per l’anno prossimo. Per questo, nella sera dell’8 ottobre, l’esecutivo di Baghdad ha avanzato un secondo pacchetto di decisioni volte a migliorare le condizioni di vita dei cittadini e alleviare gli oneri che gravano sulle loro spalle. Il fine ultimo è far sì che il popolo iracheno non scenda più in piazza, dopo che nelle ultime manifestazioni aveva cominciato a chiedere anche le dimissioni del primo ministro in carica, Adel Abdul Mahdi. Il 10 ottobre, Mahdi ha annunciato tre giorni di lutto nel Paese per commemorare i morti delle proteste. Quelle dei giorni scorsi sono considerate le proteste più gravi rivolte contro il governo del premier, sin dall’inizio del suo mandato, a ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma rappresenta una continuazione di quanto accaduto alcune settimane fa, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro.

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Chiara Gentili

di Redazione

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