Turchia: intensificati i bombardamenti in Siria

Pubblicato il 12 ottobre 2019 alle 10:56 in Siria Turchia

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Le forze militari turche hanno intensificato i bombardamenti intorno a una cittadina della Siria nord-orientale, nel quarto giorno consecutivo dall’inizio dell’offensiva contro le milizie curde; le truppe americane situate nella regione sono finite sotto il fuoco d’artiglieria delle posizioni di Ankara.

Nella mattina di sabato 12 ottobre, il Ministero della Difesa turco ha reso noto che 415 militanti delle unità di Protezione popolare curde (YPG) sono stati “neutralizzati” dall’inizio della campagna militare, termine che le autorità di Ankara usano per far riferimento all’uccisione dei nemici.

Sul fronte di battaglia, nella medesima giornata, sono state avvistate ampie nuvole di fumo intorno alla cittadina siriana di Ras al Ain, una delle due città di confine prese di mira dalla campagna militare turca. All’interno del villaggio si sono sentiti numerosi spari, mentre sul cielo sopra Ras al Ain volano aerei da guerra. Per quanto riguarda l’altro obiettivo principale dell’offensiva, Tel Abyad, situato 120 km più a ovest, la situazione sembra essere più calma, con sporadici fuochi d’artiglieria. Il Pentagono, poco prima, ha riferito che nessuno dei suoi soldati è rimasto ferito negli scontri a fuoco avviati dalle unità turche in prossimità della località siriana di Kobani, circa 60 km a ovest della principale area di conflitto.Quanto ad Ankara, il Ministero della Difesa ha avvertito che le sue forze non hanno aperto il fuoco contro la base militare americana, e hanno altresì preso precauzioni per evitare di arrecare danni o feriti nell’operazione di risposta alle milizie curde delle YPG, considerate dal Paese alla stregua di un vero e proprio gruppo terroristico.

Un ente di monitoraggio del conflitto ha pubblicato un primo bilancio dei morti relativi ai giorni di assalto iniziali, secondo cui le vittime supererebbero il centinaio. Le Nazioni Unite hanno avvisato che 100.000 persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni.

Nella sera di venerdì 11 ottobre, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva ridimensionato l’ondata di critiche internazionali contro la campagna militare avviata dal suo Paese, affermando che Ankara “non si fermerà, a prescindere da ciò che la gente dica”. Washington, da parte sua, ha aumentato gli sforzi per persuadere il partner della NATO a cessare l’incursione contro le forze curde, sostenute dai soldati americani, affermando che Ankara sta causando “gravi danni” ai legami diplomatici bilaterali, e potrebbe andare incontro a sanzioni.

L’operazione “Fonte di pace” è stata intrapresa dalla Turchia il 9 ottobre scorso e mira a contrastare le milizie curde presenti in Siria. Queste, a detta di Ankara, rappresentano una minaccia per l’integrità territoriale siriana. In particolare, l’obiettivo dell’operazione è porre fine ad un “corridoio terroristico”. Inoltre, secondo funzionari turchi, il fine è altresì creare una zona sicura che si estende dal fiume Eufrate a Ovest, fino alle città di Jarabulus e al-Malikiyah, nell’estremo Nord della Siria, con una lunghezza pari a circa 450 chilometri. A tal proposito, il vicepresidente della Turchia, Fuat Oktay, ha affermato che si tratta di un’area in cui i 3.6 milioni di rifugiati siriani potranno ritornare, per vivere in pace e sicurezza nelle proprie abitazioni. Al momento, Ankara ha preso il controllo di 15 villaggi nel Nord-Est della Siria ed ha circondato due città di tale area.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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