Operazione turca “Fonte di pace”: 181 obiettivi colpiti

Pubblicato il 10 ottobre 2019 alle 9:20 in Siria Turchia

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L’esercito turco, coadiuvato da truppe siriane, ha dato inizio, il pomeriggio del 9 ottobre, all’operazione “Fonte di pace”, nel Nord-Est della Siria, che mira a colpire i militanti curdi. Secondo quanto affermato dal Ministero della Difesa turco, sono 181 gli obiettivi colpiti in meno di 24 ore.

Per Ankara, le milizie curde, a cui il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, fa riferimento con le voci “PKK/YPG” e “Daesh” rappresentano una minaccia per l’integrità territoriale ed il futuro della Siria e, pertanto, l’operazione mira ad eliminare un “corridoio terroristico”. L’epicentro dei primi attacchi da parte turca è stato rappresentato da Tell Abyad e Ras al Ayn, dove sono state colpite le postazioni curde delle unità di Protezione popolare (YPG). Altri villaggi e città colpiti sono stati al-Qamishli e Kobane, considerata la città simbolo della resistenza curda allo Stato Islamico. Le YPG hanno riferito che i bombardamenti hanno causato la morte di 5 civili ed il ferimento di decine di persone. Il bilancio iniziale include, poi, 3 vittime delle proprie forze. Dopo i bombardamenti, condotti fino a 30 chilometri all’interno del territorio siriano, i carri armati turchi hanno intrapreso un’invasione via terra nel Nord della Siria.

Secondo quanto specificato da un corrispondente di al-Jazeera, l’artiglieria turca, dopo aver attraversato il confine siriano, si è mossa su quattro assi di combattimento. Questa ha condotto le proprie operazioni in collaborazione con la cosiddetta Turkish- backed Free Syrian Army (TFSA), nota altresì come Esercito Nazionale Siriano. Si tratta di un gruppo militare costituitosi il 30 dicembre 2017, formato da arabi siriani e turkmeni siriani, attivi nel Nord-Est della Siria e cooptati da Ankara anche precedentemente, con l’obiettivo di creare la cosiddetta “free zone” e contrastare le Syrian Democratic Forces (SDF).

Secondo funzionari turchi, l’operazione promossa da Erdogan mira a creare una zona sicura che si estende dal fiume Eufrate a Ovest, fino alle città di Jarabulus e al-Malikiyah, nell’estremo Nord della Siria, con una lunghezza pari a circa 450 chilometri. A tal proposito, il vicepresidente della Turchia, Fuat Oktay, ha affermato che l’obiettivo di “Fonte di pace” è frenare le organizzazioni terroristiche ed istituire un’area in cui milioni di rifugiati siriani possano ritornare, per vivere in pace e sicurezza nelle proprie abitazioni.

Fonti locali hanno riportato la morte di 15 persone, tra cui 8 civili. Secondo quanto riferito, i curdi, fino ad ora, hanno risposto con alcuni colpi di mortaio sparati verso la frontiera turca, a Ceylanpinar e Nusaybin, senza riportare alcuna vittima. Inoltre, è stato riferito che le SDF si stanno mobilitando per evacuare alcune loro postazioni ad Ain Issa, nella periferia di Raqqa, e a Tell Abyad. L’agenzia di stampa siriana Sana ha poi specificato che le Syrian Democratic Forces hanno dato fuoco ad alcuni pozzi petroliferi dell’area rurale settentrionale di al-Hasakah.

Di fronte a tale scenario, sono diversi gli attori a livello internazionale che hanno condannato l’accaduto. Nella sera del 9 ottobre, il capo della Casa Bianca, Donald Trump, ha definito l’offensiva di Erdogan “una cattiva idea”, chiedendo alla Turchia di rispettare i propri impegni, salvaguardando i civili e le minoranze religiose e garantendo che l’ISIS non rinasca. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, si è detto molto preoccupato e ha affermato che non potrà esservi una soluzione militare al conflitto in Siria.

L’Egitto ha descritto l’operazione turca un “chiaro attacco alla terra araba”, mentre Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo l’hanno considerata una forma di aggressione e invasione, nonché una violazione dell’integrità territoriale siriana. Non da ultimo, la Lega Araba ha indetto un incontro di emergenza per il prossimo 12 ottobre, definendo “Fonte di pace” un attacco inammissibile per un membro della Lega. Anche Kuwait e Giordania si sono uniti all’appello degli altri Paesi del mondo arabo, invitando Ankara a frenare la propria operazione, che minaccia non solo l’unità della Siria ma anche la sicurezza e la stabilità dell’intera regione.

Il Qatar, invece, non ha condannato l’operazione di Ankara e, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale, l’emiro qatariota, lo sceicco Tamim bin Hamad, ha tenuto una conversazione telefonica con Erdogan, in cui sono state discusse le relazioni “fraterne” tra Qatar e Turchia e le modalità per rafforzarle. A tal proposito, Doha rappresenta un alleato chiave per Ankara, sin da giugno 2017, mese di inizio dell’embargo imposto da imposto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto.

Le Syrian Democratic Forces (SDF), guidate dalle Unità di Protezione del Popolo Curdo (YPG), sono state il principale alleato degli Stati Uniti in Siria e negli ultimi anni hanno ampliato il proprio controllo nella Siria settentrionale e orientale, fino ad occupare una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq. La Turchia considera le forze curde una “organizzazione terroristica” legata al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo, da decenni, ha condotto una campagna armata per raggiungere l’autonomia in Turchia ed è considerato un’organizzazione illegale da Ankara. In vista dell’operazione turca, l’esercito statunitense ha cominciato il ritiro delle truppe dal Nord-Est della Siria, lunedì 7 ottobre. 

In precedenza, il 7 agosto, Washington e Ankara avevano siglato un accordo volto a creare una zona sicura al confine tra Siria e Turchia, definita un “corridoio di pace”. L’accordo USA-Turchia, secondo fonti turche, derivava dalla preoccupazione di Washington di una seria azione militare unilaterale turca.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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