Iraq: dopo 120 morti, arriva un’iniziativa dal presidente

Pubblicato il 8 ottobre 2019 alle 11:52 in Iraq Medio Oriente

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Il presidente dell’Iraq, Barham Salih, ha avanzato, lunedì 7 ottobre, un’iniziativa che mira a contenere la crisi scaturita dalle proteste che hanno avuto inizio il 1° ottobre scorso. Al momento, il bilancio delle vittime, causate dagli scontri tra manifestati e forze dell’ordine, è salito a 121 morti.

I manifestanti hanno protestato, oltre che per il malfunzionamento di governo e servizi, anche contro la corruzione e la disoccupazione, in particolare giovanile. Dagli attivisti è giunta la notizia di una possibile interruzione dell’ondata di proteste per due settimane, fino al termine della commemorazione dell’uccisione dell’Imam Husayn a Karbala, avvenuta il 10 ottobre del 680. Si tratta di un episodio narrato dalla tradizione islamica come una battaglia ma che fu una brutale carneficina. Al-Husayn è considerato il terzo Imam dallo Sciismo, e gli è stato dedicato un santuario che, per i fedeli sciiti, rappresenta un luogo sacro.

Da parte sua, il presidente, in un discorso tenutosi il 7 ottobre, dopo una settimana di proteste, ha affermato che le richieste dei cittadini iracheni scesi in piazza sono al centro delle responsabilità del governo di Baghdad e che nessun regime potrà essere ritenuto legittimo se non sarà in grado di soddisfarle. L’iniziativa di Salih è composta da diversi punti, tra cui l’apertura di indagini sulle operazioni di violenza che hanno accompagnato le manifestazioni, con l’obiettivo di individuare i reali responsabili. Inoltre, il capo di Stato iracheno ha invitato alla formazione di una commissione di esperti indipendenti che si consulteranno con il resto della società, manifestanti compresi, con l’obiettivo di individuare i difetti e le problematiche del Paese e procedere, poi, con le riforme volte a porvi rimedio.

Non da ultimo, Saleh ha proposto di intraprendere un dialogo politico inclusivo che avrà l’obiettivo di istituire blocco pro-riforma in parlamento, per superare gli ostacoli incontrati sino ad ora. A tal proposito, sono state anche richieste modifiche interne al governo. Allo stesso tempo, un funzionario del governo ha rivelato che vi saranno altresì riforme nel campo dell’assistenza sociale, oltre a sussidi, prestiti e assistenza alle famiglie meno abbienti.

La proposta del capo di Stato iracheno giunge dopo una settimana di violente manifestazioni che hanno interessato sia la capitale Baghdad sia altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah. In tale quadro, fonti mediche hanno confermato la morte di 121 persone, tra cui 23 vittime di età inferiore ai 20 anni, mentre il Ministero degli Interni ha dichiarato che otto dei morti e 1.200 dei feriti erano membri delle forze di sicurezza. In totale, i feriti ammontano a circa 6543.

Gli ultimi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, della sera 7 ottobre, hanno riguardato soprattutto Sadr City, un distretto nell’Est della capitale che ospita circa un terzo degli otto milioni di abitanti. Tuttavia, la situazione sembra essere segnata da una maggiore tregua rispetto ai giorni precedenti, visto anche il ritiro delle forze dell’esercito, sostituite da forze di polizia federale. A Nassiriya, fonti locali hanno dichiarato che le forze di sicurezza hanno lanciato una campagna di arresti su larga scala contro molti manifestanti e attivisti che hanno partecipato agli eventi degli ultimi sei giorni. Inoltre, gli anziani del clan della città hanno invitato le autorità a intervenire per liberare i giovani arrestati precedentemente.

Si tratta delle maggiori proteste contro il governo del primo ministro in carica, Adel Abdul Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma rappresenta una continuazione di quanto accaduto alcune settimane fa, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro.

L’Iraq ha lottato per riprendersi dalla sua battaglia contro l’ISIS, durata dal 2014 al 2017. Tuttavia, il sistema “quote” e la corruzione dilagante nel Paese, così come l’abuso di potere e la presenza ai vertici di alcuni partiti religiosi e delle milizie, continuano a ostacolare l’istituzione e il funzionamento dello Stato in modo efficace e rapido. Non da ultimo, le istituzioni e infrastrutture irachene devono ancora riprendersi da decenni segnati da combattimenti settari, occupazione straniera, invasione degli Stati Uniti, sanzioni internazionali e guerre con i propri vicini.

Inoltre, sebbene l’Iraq disponga della quarta più grande riserva petrolifera, a detta del Fondo Monetario Internazionale, la maggior parte della popolazione, pari a circa 40 milioni, vive in condizioni di povertà senza un’adeguata assistenza sanitaria, istruzione, elettricità o altri servizi. Non da ultimo, i giovani criticano l’incapacità del governo di fornire posti di lavoro adeguati. Secondo la World Bank, la disoccupazione giovanile raggiunge circa il 25%. Non da ultimo, l’Iraq ha raggiunto un punteggio di 18 su 100 nella lista Paesi più corrotti al mondo, secondo i dati di Transparency International, dove 0 indica un alto livello di corruzione. Ciò è dovuto al fatto che circa 450 miliardi di dollari di fondi pubblici sono scomparsi dalla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, ovvero quattro volte il bilancio dello Stato e più del doppio del PIL dell’Iraq.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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