Kashmir: manifestazioni lungo la Linea di Controllo

Pubblicato il 7 ottobre 2019 alle 12:25 in India Pakistan

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Centinaia di manifestanti hanno protestato, nella notte tra domenica 6 e lunedì 7 ottobre, nei pressi della Linea di Controllo che divide la regione del Kashmir amministrata dal Pakistan da quella amministrata dall’India. 

Le proteste si sono concentrate nella città di Chinari, nell’area pakistana, a circa 10 km dal confine e sono state scatenate dal rifiuto della polizia di lasciare che alcuni abitanti attraversassero il confine verso la parte del Kashmir amministrata dall’India. Il Jammu e il Kashmir Liberation Front (JKLF) ha organizzato una cosiddetta “marcia della libertà popolare” nel fine settimana. “Invece di cercare lo scontro, abbiamo fermato la folla circa 300 metri prima delle barricate”, ha dichiarato Rafiq Dar, un portavoce del JKLF, la mattina del 7 ottobre. “Non vogliamo alcun tipo di scontro o di lotta”, ha poi aggiunto. Dar ha sottolineato che sono in corso negoziati con il governo per risolvere la critica situazione della regione. I rappresentanti della società civile incontreranno due ministri che avevano chiesto al JKLF di annullare la protesta.

Il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione indiana del Kashmir, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste. Alcune di queste sono state caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Complessivamente ci sono state 722 manifestazioni in tutta la regione, a partire dal 5 agosto alla fine di settembre. Le città maggiormente interessate sono state quella di Srinagar, il distretto di Baramulla, nel Nord-Ovest e Pulwama, situata nel Sud. Quasi 200 civili e 415 membri delle forze di sicurezza sono stati feriti, secondo una fonte interna al governo indiano, resa pubblica il 15 settembre. Inoltre, circa 4.100 persone, tra cui 170 leader politici, sono stati arrestati in tutta la valle, con 3.000 rilasci nelle ultime 2 settimane. 

Il 6 ottobre, Thuingaleng Muivah, leader della più antica organizzazione di ribelli dell’India, ha affermato che la decisione del governo di Nuova Dehli sul Kashmir è “inaccettabile”. L’uomo, che oggi ha 85 anni, guida il Consiglio Nazionalsocialista della città di Nagalim, noto come Isak Muivah (NSCN-IM), il più grande gruppo ribelle dell’India Nord-orientale. Il gruppo riunisce dai 5.000 a 15.000 militanti che lottano per l’indipendenza da più di quattro decenni. La NSCN-IM, fondata nel 1980, vuole la formazione di stato sovrano, chiamato Nagalim, nell’area. Le dichiarazioni dell’organizzazione fanno temere che i ribelli del gruppo vogliano partecipare a una rivolta nella regione. 

Il gruppo per la tutela dei diritti umani, Amnesty International, ha affermato che la repressione del dissenso in Kashmir è “senza precedenti” nella recente storia della regione e che le detenzioni hanno contribuito a “diffondere paura e alienazione”. “Il blackout della comunicazione, il blocco della sicurezza e la detenzione dei leader politici nella regione hanno peggiorato le cose”, ha affermato Aakar Patel, capo di Amnesty International India. In tale contesto, il ministro degli Esteri pakistano, Shah Mehmood Qureshi, ha parlato di fronte alle alle Nazioni Unite, martedì 10 settembre, sottolineando che “l’occupazione militare illegale” dell’India in Kashmir rischia di trasformarsi in “genocidio”.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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