Giordania: gli insegnanti protestano, l’Italia offre 85 milioni per istruzione e formazione

Pubblicato il 4 ottobre 2019 alle 13:02 in Giordania Medio Oriente

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Sono circa 3.000 gli insegnanti della Giordania che, il 3 ottobre, hanno partecipato ad un sit-in davanti agli uffici delle associazioni di categoria della capitale Amman. L’accaduto fa seguito ad un mese di sciopero, in cui è stato chiesto al governo giordano un aumento degli stipendi.

In particolare, l’Associazione degli insegnanti giordani (JTA) ha richiesto all’esecutivo di Amman di rispettare la propria promessa, fatta 5 anni fa, con cui si impegnava ad aumentare del 50% i salari degli insegnati giordani. Tuttavia, i funzionari del governo hanno stimato che tale aumento costerebbe alle casse dello Stato circa 158 milioni di dollari all’anno, e ciò, alla luce della situazione economica attuale, non è possibile.

Il sit-in del 3 ottobre è stato accompagnato da un forte dispiegamento delle forze di sicurezza. Tra gli slogan più comuni si leggeva “Gli insegnanti non chiedono lusso ma diritti”, “La dignità di un insegnante è legata alla dignità del Paese”. I partecipanti hanno tenuto diversi discorsi in cui sono state evidenziate, ancora una volta, le proprie richieste. Dal canto loro, le autorità si sono scusate per quanto accaduto il 5 settembre scorso, affermando di aver avviato indagini a riguardo.

Tale data ha segnato l’inizio di intense proteste nella capitale Amman, che hanno visto altresì violenti scontri con le forze dell’ordine giordane. In particolare, decine di migliaia di insegnanti si sono radunati nella capitale ma operazioni di repressione hanno impedito loro di raggiungere gli edifici governativi del centro. Il sindacato degli insegnanti ha denunciato l’uso di eccessiva violenza da parte della polizia, oltre all’impiego di gas lacrimogeni per disperdere la folla. Inoltre, a detta dei media locali, almeno 50 professori sono stati arrestati il 5 settembre e rilasciati successivamente.

Alle denunce ha fatto seguito l’annuncio dello sciopero, iniziato l’8 settembre scorso e ancora in corso, che vede coinvolti circa 87.000 docenti delle scuole pubbliche. Di fronte a tale scenario, l’esecutivo ha deciso di concedere agli insegnanti un aumento mensile tra 24 dinari, pari a circa 34 dollari, e 31 dinari, corrispondenti a circa 44 dollari. Tuttavia, i manifestanti insistono su un incremento dei propri salari del 50%, mettendo in luce l’accordo raggiunto nel 2014.

Lo sciopero giunge non solo all’inizio dell’anno scolastico ma anche in un momento delicato per l’economia giordana. Da un lato, circa 1.3 milioni di studenti delle scuole pubbliche non hanno avuto la possibilità di frequentare le lezioni nelle ultime tre settimane. Dall’altro lato, Amman è interessata da una crisi economica provocata da un debito pubblico che ammonta a circa 40 miliardi di dollari.

All’inizio del 2018, il governo ha aumentato il prezzo del pane ed ha imposto nuove tasse su molti beni, generalmente soggetti a un’imposta sulle vendite del 16%. A ciò è stato aggiunto un incremento dell’imposta sul reddito, oltre a nuovi dazi doganali e tasse. Tali misure sono state promosse dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e sono state seguite da uno sciopero generale e da un’ondata di proteste, nel mese di giugno 2018.

Nello stesso periodo, il primo ministro allora in carica, Hani Mulki, si è dimesso ed il sovrano del regno hashemita, il re Abdullah II, ha insignito un ex funzionario della Banca Internazionale, nonché ministro dell’istruzione, Omar Razzaz. Tuttavia, a causa dell’elevata inflazione, i prezzi dei beni sono saliti alle stelle mentre gli introiti dei cittadini non hanno subito modifiche. Ciò ha portato gli insegnanti a scendere in piazza, considerando che quanto guadagnano non consente loro di coprire le spese di base.

In tale contesto, si inserisce un accordo intergovernativo del 3 ottobre, firmato da Italia e Giordania, con cui si prevede lo stanziamento di 85 milioni di euro, da parte italiana, per promuovere l’istruzione e la formazione di bambini e giovani giordani. Tale patto fa parte di una strategia nazionale del Regno hashemita, con cui si mira a sviluppare le risorse umane nel periodo 2016-2025, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 e di crescita economica inclusiva.

Il finanziamento da parte italiana contribuirà ad incentivare attività volte a realizzare due obiettivi. Nello specifico, il primo è garantire entro il 2025 l’accesso ad un tipo di istruzione di qualità e inclusiva per tutti i bambini e bambine. Il secondo è incrementare, entro la stessa scadenza, il numero di giovani e adulti che abbiano competenze tecniche e professionali, per far sì che questi possano accedere a posti di lavoro dignitosi.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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