Brexit: Johnson chiederà una proroga all’UE, se necessario

Pubblicato il 4 ottobre 2019 alle 20:21 in Europa UK

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Il governo inglese ha promesso alla massima Corte scozzese che il premier, Boris Johnson, scriverà una lettera all’Unione Europea chiedendo una proroga dei tempi per uscire dal blocco comunitario, in caso di mancato raggiungimento dell’accordo di recesso.

L’impegno del governo nei confronti della corte scozzese è stato presentato in via ufficiale, in forma scritta, e messo agli atti del processo avviato da numerosi attivisti anti-Brexit, i quali avevano adito la corte al fine di obbligare il premier a rispettare il Benn Act, la legge approvata lo scorso 9 settembre che di fatto vieta l’uscita dall’UE senza un accordo.

Nello specifico, il Benn Act prevede che il primo ministro avrà tempo fino al 19 ottobre, ovvero 2 giorni dopo il vertice con l’Unione, per raggiungere un accordo con l’UE e farlo approvare dal Parlamento inglese o, in alternativa, ottenere il consenso dei deputati sull’uscita senza un accordo. Nel caso in cui ciò non avvenga entro il 19 ottobre, il premier dovrà a quel punto chiedere a Bruxelles un’estensione della scadenza per l’abbandono da parte del Regno Unito del blocco comunitario, prorogandola al 31 gennaio 2020, sempre se l’Unione non propone una data alternativa. In caso contrario, il premier avrà 2 giorni di tempo per accettare la nuova scadenza, che però potrà nel frattempo essere rigettata dai membri del Parlamento.

Secondo quanto rivelato dal Guardian, il documento messo agli atti dal governo, il quale non ha pubblicato quanto presentato alla corte, attesta che il premier accetta di “essere soggetto al principio di diritto pubblico in base al quale è vietato venir meno alle finalità della legge o a quelle delle sue clausole, motivo per cui non può comportarsi in modo tale da non inviare una lettera di richiesta di proroga”.

Da parte sua, l’avvocato del governo, Andrew Webster, ha dichiarato che non era necessario un ordine da parte di un Tribunale, dal momento che il Primo ministro aveva già in precedenza chiarito che avrebbe rispettato il Benn Act. Tale parere trova conferma in quanto dichiarato lo scorso 9 settembre, quando Johnson aveva rivisto la sua strategia, dichiarando di avere in programma di “incontrare l’UE il 17 ottobre, tornare in Regno Unito con un accordo e uscire dal blocco comunitario entro il 31 ottobre”, prendendo di fatto atto del disegno di legge portato avanti dal Parlamento, ma senza deludere le aspettative dei suoi elettori.

Tuttavia, la promessa avanzata il 4 ottobre dal governo di Londra, come sottolineato dal Guardian, appare in contrasto con quanto dichiarato dal premier inglese, lo scorso 2 ottobre, in occasione della pubblicazione delle proposte del Regno Unito sulle alternative al backstop, la clausola da cui dipende lo stallo delle trattative sulla Brexit tra Londra e Bruxelles. In tale occasione, Johnson aveva ribadito di avere intenzione di raggiungere un accordo con l’Europa, ma di essere in ogni caso deciso a lasciare il blocco comunitario entro il 31 ottobre.

Tale dichiarazione, però, ha sostenuto l’avvocato del governo, era da intendersi quale strategia di negoziazione nei confronti dell’UE.

A tale riguardo, il giudice della corte scozzese, Lord Pentland, ha commentato che “le negoziazioni sono una cosa, ma l’obbedienza alla legge è un’altra”, motivo per cui è completamente legittimo per i cittadini mettere in discussione o non fidarsi delle promesse degli organi pubblici.

Il giudice della corte scozzese emetterà il giudizio il prossimo lunedì, 7 ottobre, il giorno prima dell’inizio di un ulteriore processo, su richiesta dello stesso gruppo di attivisti, i quali chiederanno alla corte di inviare la lettera di proroga a Bruxelles al posto di Johnson in caso di rifiuto da parte del premier.

Il Regno Unito ha assunto l’impegno di lasciare l’UE entro il 31 ottobre rinegoziando l’accordo precedentemente raggiunto tra Buxelles e l’ex premier, Theresa May, il quale era stato respinto per tre volte dai legislatori, oppure andando via senza aver concordato un accordo di recesso. La seconda opzione, però, costituirebbe un illecito, a causa dell’approvazione del Benn Act, la legge che prevede, in caso di mancato raggiungimento di un accordo con Bruxelles, l’estensione dei termini per la Brexit al 31 gennaio, vietando di fatto l’uscita dall’UE senza un accordo di recesso.

La clausola che è oggetto di contesa tra il Regno Unito e l’UE è il backstop, negoziata dall’ex premier, Theresa May, e sostenuta dai vertici dell’Unione Europea. Il backstop, nello specifico, prevede che la Gran Bretagna rimanga in un’unione doganale temporanea con l’UE dopo la Brexit, fino a soluzione migliore. Tale clausola impedirebbe il ritorno di un confine duro in Irlanda, unica frontiera terrestre tra Gran Bretagna e UE, misura duramente contrastata da Johnson in quanto renderebbe il Regno Unito dipendente dall’UE.

In alternativa al backstop, il governo inglese ha presentato, il 2 ottobre, le proprie proposte all’UE. Tale alternativa, in sintesi, consiste nell’istituzione di un backstop con la sola Irlanda del Nord, la quale vedrà, come allo stato attuale, l’inesistenza dei controlli con l’Irlanda per lo scambio di beni, consentendo all’Irlanda del Nord di avere gli stessi limiti all’importazione di beni che vi sono negli altri Paesi dell’UE. Parallelamente, però, Belfast rimarrà nel territorio doganale del Regno Unito, divenendo di fatto una dogana con l’Irlanda.

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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