Argentina: i sindacati peronisti uniti per Fernández

Pubblicato il 4 ottobre 2019 alle 15:07 in America Latina Argentina

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La Centrale dei lavoratori argentina (CTA), seconda sigla sindacale argentina, ha confermato che entrerà nuovamente a far parte parte del più grande sindacato del paese, la Confederazione generale del lavoro (CGT). Entrambe le formazioni hanno storici legami con il peronismo. Il candidato presidente peronista, Alberto Fernández, è stato invitato all’evento, a testimoniare che l’unità sindacale è anche un atto politico di appoggio a Fernández.

La stampa parla di “miracolo”, dopo 28 anni di divorzio, il sindacalismo argentino negozia l’unità delle due principali confederazioni, tra le più potenti dell’intera America. È, in pratica, il ritorno delle corporazioni più vicine al kirchnerismo al nocciolo duro dei cosiddetti “pezzi grossi”, leader incombustibili che rispondono al peronismo tradizionale, alcuni dei quali in carica da diversi decenni. Il completamento delle procedure di unità richiederà mesi, ma la CTA ha fatto questo primo passo giovedì, con il voto positivo dei suoi delegati riuniti in un grande evento nazionale nella periferia di Buenos Aires.

La rottura del sindacalismo peronista avvenne nel 1991, quando i sindacati di insegnanti e lavoratori statali ripudiarono il sostegno della CGT alle misure neoliberiste del presidente Carlos Menem, anch’egli peronista. Nacque la Confederazione dei Lavoratori Argentini (CTA), che anni dopo divenne una gilda con un nuovo nome: Centrale dei lavoratori argentini. In generale, mentre la CGT rappresentava sempre circa 140 sindacati considerati “dialoganti” con il potere di turno, la CTA ha sollevato la bandiera della lotta sindacale ad ogni costo. Sebbene composto da pochi sindacati, è diventato forte nelle piazze grazie alla mobilitazione di migliaia di impiegati pubblici e insegnanti.

La frattura è continuata durante i mandati dei coniugi Kirchner (2003-15). La CGT, soggetta alle proprie tensioni interne, ha mantenuto posizioni ambivalenti nei confronti di Néstor e Cristina Kirchner. La CTA, d’altra parte, ha sostenuto i Kirchner senza condizioni. Il volto visibile di quel kircherismo sindacale era Hugo Yasky, un insegnante di professione che allontanò tutti coloro che non si allineavano alle decisione della direzione, a sua volta allineata al volere della Casa Rosada.

Il governo di Mauricio Macri ha incontrato un movimento sindacale diviso in tre e ha scelto di negoziare con i settori tradizionali. I “pezzi grossi” garantivano la pace sociale di fronte all’adeguamento economico del macrismo. Hanno ricevuto in cambio più denaro per il sistema sanitario sindacale, la base del loro potere e la garanzia che le previste riforme del lavoro non avrebbero intaccato i loro interessi. La crisi economica ha azzerato quegli accordi, in parte a causa della pressione delle basi, che ha richiesto ai loro leader azioni contro l’aumento della disoccupazione e l’inflazione.

L’arrivo di Alberto Fernández ha cambiato lo scenario per tutti. La CGT ha deciso di tornare alle fonti del peronismo e ha dato il suo sostegno all’uomo scelto da Cristina Kirchner per guidare la candidatura presidenziale. LA CTA di Yasky si è schierata con il consueto fervore al nuovo progetto kirchnerista. La CTA autonoma, fondata dagli espulsi da Yasky, ha deciso, almeno per ora, di mantenere le distanze. Se l’unità si consoliderà, sarà su richiesta di Alberto Fernández, che vuole i sindacati all’interno del grande patto sociale che intende varare nel 2020 per risolvere la crisi economica che, se conquistasse la Casa Rosada come lasciano presagire i sondaggi, erediterà da Macri.

 

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Italo Cosentino, interprete di  spagnolo

di Redazione

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