Somalia: riapre ambasciata americana a Mogadiscio

Pubblicato il 3 ottobre 2019 alle 11:30 in Somalia USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno annunciato, mercoledì 2 ottobre, che riapriranno l’ambasciata americana a Mogadiscio, in Somalia, dopo che 30 anni fa ne era stata decisa la chiusura. Il Paese del Corno d’Africa è caratterizzato dal caos e dall’instabilità fin dal 1991, anno della caduta del dittatore Siad Barre per mano dei gruppi di resistenza armata attivi dagli anni ’80. Da quel momento, il Paese non ha conosciuto stabilità politica, e l’intervento delle Nazioni Unite, che organizzarono una missione di peacekeeping nell’aprile 1992 (UNOSOM), è stato violentemente osteggiato dai militanti dell’organizzazione terroristica di al-Shabaab, affiliata ad al-Qaeda. L’ambasciata statunitense in Somalia era stata chiusa nel gennaio 1991.

In una dichiarazione ufficiale, la delegazione americana ha affermato che la decisione segna una tappa fondamentale nel rafforzamento delle relazioni tra i due Paesi e aiuterà la Somalia a raggiungere la stabilità e lo sviluppo. “È un giorno storico e significativo che riflette i progressi fatti dalla Somalia negli ultimi anni”, ha detto l’ambasciatore degli Stati Uniti a Mogadiscio, Donald Yamamoto. “L’ambasciata”, ha aggiunto, “lavorerà per rafforzare la cooperazione, sviluppare gli interessi strategici americani, supportare il generale progresso economico, politico e nel campo della sicurezza”. La riapertura dell’ambasciata si fonda sul ripristino di una presenza diplomatica permanente degli Stati Uniti a Mogadiscio avvenuta lo scorso anno. Secondo fonti del Dipartimento di Stato, gli USA sono tra i maggiori donatori internazionali della Somalia. Nel 2018, il governo di Mogadiscio ha ricevuto aiuti per un valore di 730 milioni di dollari da parte di Washington.

I terroristi somali di al-Shabaab restano la minaccia più grave per la stabilità del Paese e di tutta la regione. I militanti sono soliti compiere attentati contro soldati, anche stranieri, e altri obiettivi militari, ma non mancano attacchi perpetrati nei confronti di civili o del personale delle missioni internazionali, tra cui l’AMISOM, istituita dall’Unione Africana. La forza di peacekeeping è stata stabilita il 19 gennaio 2007 con un mandato iniziale di 6 mesi, successivamente prolungato nel corso degli anni. I Paesi che ne fanno parte sono Uganda, Kenya, Burundi, Somalia, Etiopia, Gibuti e Sierra Leone. Attualmente, 22.000 soldati dell’Unione si trovano in Somalia, ma entro il 2020 è previsto il loro ritiro definitivo dal Paese, decisione che era stata approvata dal Consiglio di pace e sicurezza dell’Unione Africana. Tuttavia, il susseguirsi degli attacchi di al-Shabaab, la corruzione e le lotte intestine all’interno dei ranghi militari somali preoccupano la comunità internazionale, gettando alcuni dubbi sul fatto che l’esercito nazionale sia pronto ad assumere indipendentemente il comando della gestione della sicurezza nel Paese del Corno d’Africa.

Recentemente, il comandante del contingente ugandese dell’AMISOM, Gen Paul Lokech, aveva messo in guardia la comunità internazionale contro le conseguenze negative che il prematuro ritiro della forza di peacekeeping dell’Unione Africana avrebbe sulla stabilità del Paese. “Dal punto di vista militare, non è ancora il momento. Abbiamo bisogno di tempo per preparare le forze locali ad una transizione”, aveva riferito Lokech ad alcuni giornalisti.

Le autorità della Somalia e i suoi partner internazionali si sono incontrati oggi, giovedì 3 ottobre, nella capitale, per discutere tematiche legate alla sicurezza in vista delle elezioni del prossimo anno. In quest’occasione si è ribadito che le forze dell’AMISOM, nonostante l’imminente scadenza del loro mandato, non sono ancora pronte ad andare via poiché le lacune in termini di governance, controllo del territorio ed efficienza delle forze armate sono ancora profonde.

Mercoledì 2 ottobre, due bombe sono esplose ai lati delle strade in due diversi quartieri di Mogadiscio mentre passavano i convogli dei soldati somali. Non è ancora chiaro se ci siano state delle vittime ma il gruppo di al-Shabaab ha immediatamente rivendicato l’attentato affermando di essere riuscito ad eliminare 12 soldati. Tuttavia, i militanti forniscono spesso dati alterati sul numero delle vittime dei loro agguati e il bilancio dei morti spesso differisce di molte unità rispetto a quelli forniti dal governo e dalle forze di sicurezza.

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Chiara Gentili

di Redazione

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