Proteste in Iraq: 12 morti e almeno 200 feriti, proclamato il coprifuoco

Pubblicato il 3 ottobre 2019 alle 10:19 in Iraq Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Dopo due giorni di proteste, il cui bilancio è di 12 morti e più di 200 feriti, il primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, ha imposto, da giovedì 3 ottobre, un coprifuoco totale nella capitale Baghdad e in altre città irachene.

In particolare, è stato fatto divieto a tutti i veicoli e alle persone di circolare nella capitale dalle 5 del mattino del 3 ottobre fino a nuovo ordine, con alcune eccezioni riservate ai servizi governativi. Inoltre, è stato altresì proclamato lo stato di allerta per gli uffici del governo e delle missioni diplomatiche, con l’obiettivo di salvaguardare la sovranità statale ed i centri vitali del Paese.

Il Consiglio di sicurezza nazionale ha ribadito l’impegno da parte del governo nel rispondere alle richieste legittime dei manifestanti e, nel corso di una sessione straordinaria, è stata messa in luce la libertà di espressione ed il diritto di protestare. Allo stesso tempo, il Consiglio ha condannato gli atti sovversivi che hanno accompagnato le proteste degli ultimi giorni ed ha sottolineato la necessità di adottare misure adeguate volte a proteggere i cittadini, le proprietà pubbliche e private, oltre ad altre volte a determinare la responsabilità delle forze di sicurezza. Inoltre, nelle ultime ore, le forze di sicurezza hanno chiuso tutte le vie d’accesso alla Green Zone di Baghdad, un’area fortificata che ospita edifici governativi e ambasciate straniere, tra cui quella statunitense.

Queste ultime, secondo quanto riferito, hanno messo in atto violente operazioni di repressione, dando vita a scontri tra manifestanti e poliziotti che hanno causato la morte di 12 persone, di cui 4 a Baghdad e uno nel governatorato di Dhi Qar. Il coprifuoco ha interessato anche altre città, tra cui Nassiriya, Amarah, Najaf ed il governatorato di Babylon. Secondo una fonte, in condizioni di anonimato, solo l’ospedale di Hussain di Nassiriya ha accolto 6 manifestanti deceduti e 97 feriti, oltre ad aver testimoniato la morte di due poliziotti ed il ferimento di altri 15 membri delle forze dell’ordine.

Le proteste hanno avuto inizio martedì 1° ottobre, in piazza Tahrir, nella capitale irachena, dove i cittadini iracheni si sono radunati per protestare contro disoccupazione, corruzione e malfunzionamento dei servizi. Tali manifestazioni hanno poi interessato anche altre città del Sud del Paese, tra cui Najaf, Bassora, Nasiriyah e Al-Diwaniyah.

Tra le maggiori richieste presentate dai cittadini iracheni vi è la fornitura di servizi adeguati, il miglioramento delle condizioni di vita, riforme, opportunità di lavoro, il contrasto alla disoccupazione, soprattutto giovanile, e alla corruzione finanziaria e amministrativa che coinvolge in particolare le istituzioni statali. Il tutto riassunto nella richiesta di una “vita giusta e dignitosa”.

Nelle operazioni di repressione, le forze di sicurezza hanno impiegato proiettili, bombole a gas e lacrimogeni, con l’obiettivo di impedire l’ingresso di manifestanti in alcune aree, tra cui la Green Zone, e agli edifici del governo. A tal proposito, il 2 ottobre, la presidenza della Camera dei rappresentanti ha aperto un’inchiesta sugli eventi che hanno accompagnato le manifestazioni e ha invitato le commissioni parlamentari per la sicurezza, la difesa e i diritti umani a condurre indagini su quanto accaduto.

Si tratta delle maggiori proteste contro il governo di Adel Abdul Mahdi, sin dall’inizio del proprio mandato, nel mese di ottobre 2018. Per alcuni, tale mobilitazione non è stata organizzata da nessun partito politico ma rappresenta una continuazione di quanto accaduto alcune settimane fa, quando studenti universitari inoccupati sono scesi nelle strade irachene per protestare contro la mancanza di posti di lavoro.

Inoltre, anche la decisione presa da Mahdi, la scorsa settimana, di escludere il comandante delle forze antiterrorismo, il tenente generale Abdulwahab al-Saadi, che ha svolto un ruolo importante nelle battaglie contro l’ISIS, ha causato la rabbia dei cittadini iracheni. Un’altra scintilla è stata una recente soppressione di un sit-in. Tuttavia, anche la violenza impiegata dalle forze dell’ordine ha alimentato ancor di più la rabbia dei manifestanti che hanno cominciato a richiedere le dimissioni del premier iracheno ed il perseguimento di tutti i responsabili degli atti di repressione estrema.

I giovani criticano l’incapacità del governo di fornire posti di lavoro adeguati mentre nelle altre città irachene, tra cui Basssora, si evidenzia altresì l’assenza di servizi efficienti. Secondo la World Bank, la disoccupazione giovanile raggiunge circa il 25%. Non da ultimo, l’Iraq ha raggiunto un punteggio di 18 su 100 nella lista Paesi più corrotti al mondo, secondo i dati di Transparency International, dove 0 indica un alto livello di corruzione. Ciò è dovuto al fatto che circa 450 miliardi di dollari di fondi pubblici sono scomparsi dalla caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, ovvero quattro volte il bilancio dello Stato e più del doppio del PIL dell’Iraq.

Secondo esperti, tali proteste potrebbero apportare cambiamenti politici al panorama iracheno. Non da ultimo, secondo quanto riferito, queste mostrano l’incapacità del regime di soddisfare i bisogni fondamentali dei cittadini, il controllo debole da parte dei partiti al potere sulle strade e l’alto livello di consapevolezza e coscienza del popolo.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.