Migranti: l’ONU svela dettagli del report sulla Bosnia

Pubblicato il 3 ottobre 2019 alle 6:30 in Balcani Immigrazione

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L’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rivelato, mercoledì 2 ottobre, i primi dettagli del report dell’inviato speciale in visita ufficiale in Bosnia ed Erzegovina, Felipe González Morales, il quale ha verificato le condizioni dei migranti nel Paese.

Al termine della sua visita in Bosnia, secondo quanto reso noto dal comunicato delle Nazioni Unite, Morales ha “ammirato la generosità nei confronti dei migranti da parte dei cittadini, loro stessi vittime di una guerra brutale 24 anni fa, ma ha dovuto altresì riconoscere che la frammentazione della struttura politica mette a repentaglio i diritti dei migranti nel Paese”.

Nello specifico, Morales ha dichiarato che “è degno di nota che i cittadini ordinari della Bosnia ed Erzegovina abbiano generosamente distribuito cibo, abiti e beni ai migranti. Avendo vissuto loro stessi una guerra atroce, le persone si rivedono nelle condizioni dei migranti”.

Tuttavia, ha sottolineato Morales, le autorità devono urgentemente lavorare insieme a una risposta centrale all’emergenza migratoria in corso.

A tale riguardo, l’inviato speciale dell’ONU ha dichiarato che “vi sono aspetti positivi di come la Bosnia stia affrontando l’aumento degli arrivi dei migranti, in linea con gli standard internazionali”. Tali lati positivi “includono l’uso della detenzione quale ultima misura, la non-criminalizzazione degli arrivi clandestini e il fatto che i migranti siano solitamente accolti in centri aperti”.

Dall’altro lato, però, vi sono aspetti profondamente negativi, quali “la frammentazione della struttura politica, la mancanza di una visione unica e la mancanza di volontà da parte delle autorità, ai vari livelli, di avviare una cooperazione genuina”. Tali elementi hanno “compromesso i diritti umani dei migranti, inclusi i richiedenti asilo”.

Secondo quanto dichiarato da Morales, un esempio a conferma di ciò è “il fatto che tutti i centri di accoglienza siano situati nella Federazione e che la maggiorparte dei migranti sia localizzata nel Cantone Una-Sana”. Ciò, ha sottolineato Morales, “è un chiaro esempio di come la migrazione sia fortemente politicizzata e che vi siano diverse agende nel Paese”.

Per ovviare a tale situazione, “la Bosnia ed Erzegovina deve prendere il comando e sviluppare una strategia comprensiva, la quale fornisca una soluzione duratura per i migranti e soprattutto per i richiedenti asilo nel Paese”.

Parallelamente, l’inviato speciale ONU ha altresì commentato le condizioni dei centri di accoglienza, specie del centro di Vucjak, nei pressi di Bihac, una ex discarica vicina a un’area contaminata con le mine.

Nel centro, ha dichiarato Morales, “solo nel giorno della mia visita sono giunti circa 800 uomini, di cui 20 minori. Le condizioni sono disumane e totalmente inappropriate per l’accoglienza di esseri umani”. Secondo quanto evidenziato da Morales, inoltre, “l’inverno è alle porte e per tale ragione occorre adottare in tempo una soluzione per coloro i quali non dispongono di un rifugio appropriato”.

Lo scorso 24 settembre le Nazioni Unite avevano deciso di inviare un esperto in materia di diritti umani, nonché relatore speciale ONU, in Bosnia ed Erzegovina per verificare le condizioni di vita dei migranti nel Paese. A tal fine, Morales è rimasto in Bosnia dal 24 settembre all’1 ottobre e nel corso della sua permanenza ha verificato il vigente sistema normativo bosniaco, oltre alle politiche e alle pratiche attive nel Paese, e l’impatto che queste hanno sui diritti umani dei migranti. Morales ha altresì incontrato le autorità dei governi locali di Sarajevo, Banja Luka e Bihac, oltre ad aver visitato i rispettivi centri di accoglienza.

Il report finale della visita di Morales verrà presentato al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU nel mese di giugno 2020.

In particolare, Secondo quanto reso noto dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM), la Bosnia ed Erzegovina si trova nello snodo migratorio tra l’Europa dell’Est e dell’Ovest. Ad oggi, rende noto l’IOM, il ritorno delle persone disperse e l’aumento delle cifre relative all’immigrazione clandestina, soprattutto in riferimento al traffico e alla tratta di migranti, fanno sì che l’immigrazione rappresenti una delle maggiori sfide al recupero e allo sviluppo della Bosnia ed Erzegovina del dopoguerra.

Stando ai dati diffusi da Reuters, la Bosnia ha accolto, a partire dal 2018, circa 40.000 migranti nel Paese, di cui circa 7.300 si sono stabilizzati nell’area nordoccidentale del Paese, a Bihac, dove si trova il centro di accoglienza di Vucjak, nella speranza di riuscire ad attraversare il confine con la Croazia e proseguire per i Paesi dell’Europa occidentale. Secondo le stime, circa il 20% dei migranti è rappresentato da bambini. Vucjak, ha reso noto Reuters, si trova a circa 8 chilometri dal confine con la Croazia e al momento risultano scarse le risorse di acqua, la disponibilità di elettricità e di cure mediche. Stando all’ultimo report regionale dell’IOM, pubblicato nel settembre 2018, i migranti rilevati in Bosnia fino all’aprile 2018 erano principalmente di origine siriana, libica, pakistana, afghana, palestinese, irachena, iraniana, algerina e kosovara. La maggior parte dei migranti è concentrata nelle città di Bihac e Velika Kladusa, nella parte occidentale del Paese, dove le autorità hanno richiesto la chiusura dei centri di accoglienza.

In riferimento all’anno corrente, secondo le stime dell’IOM, dall’1 gennaio al 29 settembre 2019 sono stati registrati 21.029 nuovi migranti nel Paese, tutti giunti via terra. Tuttavia, attivisti e operatori umanitari che prestano servizio nei centri di accoglienza del Paese balcanico avevano evidenziato che i centri di accoglienza, i quali hanno una capienza massima di 3.500 persone, sono pieni, costringendo i migranti a dormire all’aperto. Il ministro della Salute bosniaco, Nermina Cemalovic, aveva reso noto lo scorso 15 maggio che i migranti che si trovano all’interno dei centri stanno contraendo malattie infettive, mentre, stando alle rivelazioni della Croce Rossa, coloro che si trovano all’aperto devono affrontare i campi minati.

 

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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