Il Kosovo e i rimpatri dei terroristi dell’ISIS

Pubblicato il 2 ottobre 2019 alle 19:06 in Kosovo Siria

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A distanza di 6 mesi dal rimpatrio di 110 ex membri dello Stato Islamico, il governo del Kosovo sta curando la reintegrazione degli ex terroristi nella vita quotidiana, ponendosi, come sottolineato dall’ambasciata americana in Kosovo, quale “esempio per tutti i membri della Coalizione Globale per il contrasto all’ISIS e per la comunità internazionale”.

A differenza della maggior parte dei Paesi europei, il Kosovo ha deciso, lo scorso 20 aprile, di rimpatriare 110 cittadini che avevano lasciato il proprio Paese per unirsi allo Stato Islamico. Oggi, a distanza di 6 mesi dall’arrivo degli ex terroristi, il direttore nazionale per la Pubblica Sicurezza di Pristina, Mensur Hoti, ha rivelato a Deutsche Welle, ripreso dall’agenzia nazionale kosovara, RTK, i dettagli della reintegrazione dei cittadini kosovari.

Stando alle rivelazioni di Hoti, rilasciate mercoledì 2 ottobre, il rimpatrio avvenuto lo scorso 20 aprile faceva parte di una operazione segreta finalizzata a liberare 110 cittadini kosovari che si erano uniti all’ISIS, di cui 32 donne, 74 bambini e 4 uomini. L’operazione era avvenuta grazie al supporto delle forze armate statunitensi, le quali avevano reso possibile il rilascio degli ex membri dello Stato Islamico, detenuti in una prigione controllata da uno dei contingenti curdi delle Syrian Democratic Forces, le quali sono sostenute dagli Stati Uniti.

Al momento dell’arrivo, le autorità avevano negato l’accesso al pubblico all’aeroporto di Mitiga, al fine di assicurare la segretezza dell’operazione. Una volta giunti su suolo kosovaro, i 4 uomini erano stati trasportati immediatamente nella prigione di massima sicurezza di Podujeve. A differenza loro, le donne e i bambini erano stati sottoposti a controlli medici e psicologici nel centro di Vranidol. Tutti i rimpatriati, ha reso noto Hoti, si trovano ora sotto sorveglianza e chi non è in prigione è agli arresti domiciliari.

Nel corso della loro detenzione, ha sottolineato Hoti, “queste persone hanno sofferto molto, essendo state in centri di detenzione senza cibo, con scarsa igiene e molte problematiche”, ma il vero problema per le autorità kosovare “è ancora da affrontare”, dato che “riguarda la dimensione ideologica”, motivo per cui “sarà una sfida da affrontare con tutti loro”.

Al fine di agevolare gli ex terroristi nel reinserimento nella società, ognuno di loro è soggetto a un percorso di sostegno psicologico, soprattutto perché, secondo quanto evidenziato da uno dei 20 professionisti coinvolti tra psicologi e psichiatri, Valbona Tafilaj, dopo il rientro, tutti i 110 cittadini “erano traumatizzati, avendo visto crimini crudeli e vissuto pesanti bombardamenti”.

Parallelamente, i cittadini rimpatriati possono portare con sé rischi in materia di sicurezza. Tuttavia, secondo quanto dichiarato dal capo dell’anti-terrorismo, Fatos Makolli, “abbiamo deciso, in quanto governo, di rimpatriare i cittadini”. Così facendo, ha reso noto Makolli, “abbiamo assunto dei rischi controllabili, dal momento che sappiamo dove sono e possiamo processare chi ha commesso crimini. Allo stesso tempo, facciamo il possibile per reintegrare e riabilitare gli altri”. Tale rischio, secondo quanto dichiarato da Makolli, era minore rispetto al rischio di evasione delle prigioni curde.

Il Kosovo è il Paese più giovane d’Europa ed ha una popolazione di meno di 2 milioni di abitanti. Eppure, ha sottolineato Makolli, nessun altro Paese europeo ha un numero così alto di persone pro capite che lasciano il Paese per unirsi allo Stato Islamico. Tale cifra, in Kosovo, raggiunge i 400 terroristi. Dal 2014, però, ha reso noto il vertice nazionale del contrasto al terrorismo, le autorità di Pristina hanno arrestato oltre 150 sostenitori dell’ISIS e condannato oltre 80 terroristi.

Dei 74 bambini rientrati in Kosovo, anche loro in stato di libertà vigilata, tutti i minori di almeno 6 anni sono rientrati a scuola nel mese di settembre. Prima del loro rientro, i bambini hanno affrontato numerosi test psicoattitudinali e fisici per verificare l’effettiva possibilità del rientro.

L’Agenzia di stampa kosovara ha altresì diffuso la testimonianza di una ex terrorista kosovara, una ragazza di 22 anni, la cui identità non può essere rivelata. Al momento della sua partenza per la Siria, la ragazza aveva 17 anni ed era partita con un ragazzo, il quale era morto poco dopo nel corso della sua militanza nell’ISIS. Prima di rientrare in Kosovo, la giovane donna era detenuta nella prigione curda di Al Hol. Secondo quanto reso noto, la giovane terrorista riconosce ad oggi di aver sbagliato nell’unirsi allo Stato Islamico, ma non comprende i motivi per cui sarà sottoposta a processo per affiliazione terroristica dal momento che, come ha dichiarato, “noi donne stavamo solo a casa e non facevamo nulla, non avevamo cattive intenzioni e seguivamo soltanto i nostri mariti”. Tali parole, ha reso noto l’agenzia stampa kosovara, sono frequenti tra le mogli dei militanti dell’ISIS. La donna, tuttavia, secondo le testimonianze della famiglia, ha cambiato il proprio approccio alla fede, avendo aumentato la frequenza delle proprie preghiere e “osservando in maniera più rigida i precetti”. Tuttavia, la giovane kosovara ha reso noto di voler reintegrarsi nella società, a patto di essere accettata per la sua natura.

Il rimpatrio dei terroristi dell’ISIS è un tema fortemente dibattuto nel panorama internazionale. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha più volte incitato i Paesi alleati a far rientrare i propri cittadini detenuti in prigioni controllate dalle SDF, al fine di sollevare i curdi da tale responsabilità. In linea con tale visione, l’ambasciata americana in Kosovo aveva dichiarato, il giorno successivo il rientro dei cittadini kosovari, che “con tale rimpatrio, il Kosovo si pone come esempio importante per tutti i membri della coalizione globale per il contrasto all’ISIS e per la comunità internazionale”.

A tale riguardo, il direttore nazionale per la Pubblica Sicurezza di Pristina ha dichiarato che, come è stato per il Kosovo, “se vi è la volontà politica e se si adottano i meccanismi messi in atto dal Kosovo, i dettagli logistici possono essere definiti” anche da altri Paesi, facendo riferimento al fatto che Pristina non aveva nessun contatto diretto con le autorità siriane prima di rimpatriare i propri cittadini.

Tale motivazione, sottolinea l’agenzia stampa kosovara, è invece stata presentata dalla Germania, la quale sostiene di non poter provvedere ai rimpatri dal momento che non ha relazioni diplomatiche con il regime di Assad o con i curdi attivi nel Nord della Siria.

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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