Egitto: continua la repressione tra messaggi intimidatori e arresti

Pubblicato il 1 ottobre 2019 alle 11:53 in Africa Egitto

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L’Egitto continua ad assistere ad una grande ondata di mobilitazione dell’apparato di sicurezza nelle strade di diverse città e province del Paese, diffondendo messaggi intimidatori sia tra i cittadini comuni sia tra quelli maggiormente interessati alla difesa dei diritti e delle libertà.

Tale fenomeno ha avuto inizio con l’avvio delle proteste del 20 settembre scorso, data in cui migliaia di manifestanti pro-democrazia hanno cominciato a marciare in varie città egiziane, tra cui Il Cairo, Alessandria e Suez, chiedendo le dimissioni del presidente, Abdel Fattah al-Sisi, dopo che un imprenditore, Mohamed Ali, lo ha accusato di corruzione.

Tuttavia, secondo quanto riferito, negli ultimi tre giorni vi è stato un cambio di strategia, che mira a controllare i cittadini e a mantenere lo stato di allerta. Nello specifico, questa vede la creazione di comitati di ispezione, mobilitati soprattutto nei dintorni di piazza Tahrir, oltre alla circolazione di piccoli autobus per minacciare i cittadini di arresto, la chiusura di alcune aree, focolai delle manifestazioni, e modifiche nella circolazione del traffico. Non da ultimo, le forze dell’ordine hanno ricevuto altresì mandati per assalire e arrestare decine di persone, in modo casuale, senza preavviso. Sono stati setacciati soprattutto bar, abitazioni e autobus, e controllati i cellulari degli egiziani presenti, con l’obiettivo di verificare la presenza o pubblicazione sui social network dei video contro al-Sisi, diffusi dall’imprenditore Ali.

Secondo quanto evidenziato da fonti locali, da parte della Procura sono stati altresì aperti nuovi casi, su ordine delle forze di intelligence e di sicurezza generale, contro avvocati e attivisti dei diritti umani, a seguito della ricezione dei dettagli delle indagini e degli arresti partiti il 20 settembre. Non da ultimo, è stata presa la decisione di arrestare un attivista e blogger egiziano, Alaa Abd El-Fattah, già posto sotto stato di sorveglianza dalle forze di polizia. L’obiettivo, a detta di alcuni, sarebbe quello di zittire tali “imputati” e impedire loro di pubblicare i dettagli delle indagini e di tutto ciò che potrebbe alimentare ulteriormente il popolo egiziano contro al-Sisi.

Anche lo scorso venerdì 27 settembre l’ondata di violente proteste ha avuto seguito. Questa ha interessato diverse aree e città del Paese, tra cui Qena, Luxor e l’isola di al-Warraq. Secondo gli ultimi dati, i detenuti ammontano a circa 1900, tra cui vi sono altresì minori. Tra le accuse rivolte ai detenuti vi è quella di partecipazione a gruppi terroristici istituiti in violazione delle norme e della costituzione, organizzazione di manifestazioni senza preavviso, diffusione di notizie false, uso improprio dei social media e incitamento del popolo egiziano verso il rovesciamento del regime.

L’ondata di proteste e dissenso contro il presidente egiziano ha preso il via dalla diffusione di filmati, il 2 settembre scorso, che dimostrano quanto profonda e radicata sia la corruzione tra gli ambienti militari e governativi del Paese. I video, diventati virali, sono stati rilasciati da Mohammed Ali, ex appaltatore di progetti militari in Egitto auto-esiliatosi in Spagna, e hanno provocato un notevole aumento delle critiche nei confronti del presidente, il cui operato è stato raramente messo in discussione nel corso degli anni, sin dalla sua ascesa dell’8 giugno 2014.

In particolare, il leader egiziano è coinvolto nello scandalo “Palacegate”, in quanto avrebbe utilizzato fondi pubblici per costruire palazzi lussuosi per sé e per la propria famiglia. Al-Sisi, da parte sua, ha sminuito le accuse di Ali definendole “bugie”, affermando che tali palazzi sono stati costruiti per lo Stato. Tuttavia, l’hashtag #ThatsEnoughSisi è diventato virale ed ha guadagnato più di un milione di tweet nel giro di 24 ore.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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