Sudan: chiusi i confini con Libia e Repubblica Centrafricana

Pubblicato il 29 settembre 2019 alle 7:17 in Libia Repubblica Centrafricana Sudan

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Il governo del Sudan ha ordinato la chiusura dei confini con la Libia e con la Repubblica Centrafricana per ragioni di sicurezza. Si tratta del primo intervento di questo tipo adottato dalle autorità di Khartoum dalla formazione del nuovo governo di unità nazionale. “Il Consiglio Sovrano, nel corso di un incontro con il governo locale della regione del Darfur meridionale, ha ordinato la chiusura dei confini con la Libia e con la Repubblica Centrafricana a causa della minaccia che pongono alla sicurezza e all’economia del Sudan”, si legge nella nota ufficiale del governo. La dichiarazione aggiunge che i movimenti illegali tra i due confini hanno spesso provocato disordini, sfociando il più delle volte in gravi episodi di violenza. 

L’annuncio della chiusura delle frontiere giunge all’indomani di un incontro tra il Consiglio Sovrano sudanese e il governo locale del Darfur meridionale. Questa regione è stata interessata da un conflitto civile esploso nel 2003 tra le tribù non arabe e il governo nazionale, a maggioranza araba, presieduto dall’allora capo di Stato Omar al-Bashir, deposto l’11 aprile 2019. Il Sudan si è sempre lamentato del traffico di armi attraverso i suoi confini con la Libia e la Repubblica Centrafricana, entrambe teatro di guerre che impediscono al governo centrale di avere il pieno controllo del suo territorio. La dichiarazione del governo sudanese non fa riferimento al confine con il Ciad, che resterebbe aperto dal momento che i due Paesi hanno firmato diversi accordi di sicurezza congiunti e le loro forze di polizia controllano unitamente le frontiere.

Le Forze di Supporto Rapido sudanesi (RSF) sono dispiegate al confine con la Libia con lo scopo di arrestare i trafficanti di esseri umani e impedirne il passaggio. Recentemente, però, gli agenti di tale forza paramilitare sono stati accusati di compiere in quelle aree, e in generale in tutta la regione del Darfur, gravi violazioni dei diritti umani e abusi ai danni della popolazione civile. Le RSF, che rappresentano una divisione della milizia Janjaweed, hanno anche sostenuto la fine del governo dell’ex presidente al-Bashir, portando definitivamente alla sua deposizione. Secondo le stime, le Forze di Supporto Rapido contano circa 30.000 uomini sotto il comando del generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto con il nom de guerre di Hemedti. Tali unità paramilitari sono state mobilitate da al-Bashir durante il conflitto in Darfur iniziato nel 2003. Già allora erano state ritenute colpevoli di crimini contro l’umanità. Parallelamente, le Forze di Supporto Rapido sono considerate tra i responsabili della violenza dello scorso 3 giugno a Khartoum, quando i militari hanno utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari hanno iniziato a sparare contro la folla, provocando un numero elevato di morti e feriti.

Le proteste in Sudan sono scoppiate il 19 dicembre 2018 e hanno causato enormi sconvolgimenti nel Paese. Dopo 16 settimane di scontri e manifestazioni di piazza, l’11 aprile di quest’anno l’esercito è riuscito a espellere l’ex presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni. In seguito a questo avvenimento, le truppe sudanesi hanno dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan, in passato ispettore generale delle forze armate. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nel corso della protesta del 3 giugno, avvenuto davanti al Ministero della Difesa e durato per settimane, le forze di sicurezza nazionale avrebbero inizialmente utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari avrebbero iniziato a sparare con armi da fuoco, provocando un numero elevato di morti e feriti.

Da quando sono iniziate le proteste, a dicembre, i manifestanti rimasti uccisi sono stati circa 250. Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano, l’organo che gestirà il Paese per 3 anni e 3 mesi fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti. L’accordo di pace tra civili e militari è stato firmato il 17 luglio e promette di guidare la transizione pacifica verso la democrazia mettendo fine ai conflitti in corso e cercando di soddisfare le richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario da parte dell’ex presidente Omar al-Bashir.

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Chiara Gentili

di Redazione

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