ONU: cosa stanno facendo le potenze mondiali per la Libia

Pubblicato il 29 settembre 2019 alle 6:16 in Africa Libia

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Le maggiori potenze mondiali, inclusa l’Italia, la Germania e i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, hanno stabilito di dare una svolta alla situazione della Libia, ormai da 6 mesi coinvolta in un conflitto che è diventato sempre di più una guerra per procura, e di portare avanti un piano di pace elaborato in seno alle Nazioni Unite con l’impegno di tutti gli Stati coinvolti. Riunite a New York in occasione della 74esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, le nazioni hanno dunque promesso di sotterrare le differenze e hanno riconosciuto che il Paese nordafricano, da sempre importante produttore mondiale di petrolio, non può continuare ad affogare in una crisi che finora non ha visto nessun cambio di direzione e nessuno sforzo serio in direzione della pace.

“L’idea è quella di esercitare una forma di pressione politica su tutti i principali attori che sostengono le fazioni libiche e dire: “Fermate la competizione militare e la guerra per procura e mettetevi intorno a un tavolo”, ha affermato una fonte europea. L’incontro di New York è stata la prima grande spinta diplomatica da quando le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), fedeli al generale Khalifa Haftar, hanno lanciato, il 4 aprile, un’offensiva volta ad assediare e conquistare la città di Tripoli, sede del Governo di Accordo Internazionale (GNA), riconosciuto a livello internazionale e presieduto dal premier Fayez al-Serraj.

Da quando è iniziata, la campagna ha costretto più di 120.000 persone ad abbandonare le proprie case e ha provocato la morte di circa 1093 persone, tra cui anche civili. Al momento, le forze di Haftar, nonostante dal 21 settembre abbiano lanciato una nuova violenta offensiva nel Sud di Tripoli, non sono ancora riuscite a sfondare il confine meridionale della capitale e stanno tendando di attaccare nuovi obiettivi nel Paese. Nel frattempo, il generale libico ha fatto sapere con un comunicato, mercoledì 25 settembre, che è aperto al dialogo politico e alle negoziazioni con gli altri Paesi, ma anche chiarito che fino a quando i gruppi terroristici e le milizie armate sopravvivranno, sarà difficile giungere a un accordo di pace e a elezioni libere e democratiche. In particolare, Haftar ha evidenziato la necessità di dialogare e di sedersi a discutere nell’ambito di un dialogo nazionale inclusivo che preservi l’unità territoriale della Libia.

Da parte sua, durante il suo discorso all’ONU, il primo ministro Fayez al-Sarraj ha denunciato l’ingerenza dei Paesi stranieri in Libia e ha accusato il proprio rivale, il generale Haftar, di essere un “criminale assetato di sangue”. Il premier ha definito deplorevole il fatto che Paesi esterni continuino ad infierire negli affari libici, con particolare riferimento agli Emirati Arabi Uniti, alla Francia e all’Egitto. Per il premier libico, ciò che incoraggia il “criminale di guerra” a perpetrare le proprie operazioni offensive è il supporto ricevuto per anni da alcuni Stati, in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza relativa all’embargo sulle armi. Inoltre, in previsione degli sforzi internazionali e dell’Onu volti ad organizzare una nuova conferenza internazionale a Berlino, al-Serraj ha affermato che la partecipazione di Haftar a “conferenze mirate a trovare una soluzione politica alla crisi è solo un tentativo di guadagnare tempo”.

Il giorno precedente, il primo ministro libico aveva incontrato anche l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, Federica Mogherini. In tale meeting, al-Serraj ha chiarito che la ripresa di un percorso politico dovrà svolgersi su nuove basi e secondo strumenti e meccanismi che tengano conto delle conseguenze scaturite dall’offensiva di Haftar contro Tripoli.

Da parte europea, è stata evidenziata la necessità di trovare una posizione univoca nell’affrontare la crisi in Libia e, a detta di Mogherini, anche gli sforzi dell’Unione Europea si stanno rivolgendo verso un cammino politico. Allo stesso tempo, l’Europa si oppone ad attacchi rivolti contro i civili e a qualsiasi violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, con particolare riferimento a quella riguardante l’embargo di armi verso la Libia.

L’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, aveva rivelato lo scorso mese l’intenzione di organizzare una conferenza internazionale che metta insieme, intorno a uno stesso tavolo, le varie potenze coinvolte nel conflitto libico. La Germania si è offerta di ospitare l’incontro entro la fine dell’anno. “L’idea è quella di far convergere sugli stessi punti un certo numero di attori chiave e di portare avanti il processo di pace, sostenendo Salamé e le sue richieste di un cessate il fuoco, riunendo la comunità internazionale e portando avanti, allo stesso tempo, un dialogo intra-libico”, ha riferito un alto funzionario delle Nazioni Unite.

Giovedì 26 settembre, la Francia e l’Italia hanno presieduto una sessione speciale sulla Libia per promuovere il dialogo tra i vari partner regionali. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi di Maio, si è seduto accanto al suo omologo francese, Jean Yves Le Drian, e la riunione si è svolta in presenza del Rappresentante speciale Salamé e del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Hanno partecipato all’incontro tutti i Paesi maggiormente impegnati a livello internazionale e regionale sul dossier libico, oltre all’Unione europea, la Lega Araba e l’Unione africana. Da parte sua, il generale Haftar ha dato il suo appoggio alla riunione e ha detto che spera che le proposte dell’assemblea soddisfino gli interessi libici e portino sicurezza e la stabilità.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Sarraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

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Chiara Gentili

di Redazione

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